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Investimenti alberghieri: è boom in Europa

I dati parlano di un +85% in area Emea, grazie anche al nuovo contributo di capitali cinesi

I dati parlano di un +85% in area Emea, grazie anche al nuovo contributo di capitali cinesi

Di Marco Beaqua, 17 settembre 2015

Il 2015 si sta dimostrando un anno eccezionale per le transazioni alberghiere nell’area Europa, Medio Oriente e Africa (Emea). Lo rivelano i dati più recenti raccolti dalla società di consulenza Jones Lang LaSalle Hotels & Hospitality, secondo cui il volume delle transazioni registrate nel primo semestre sarebbe aumentato dell’85% rispetto allo stesso periodo del 2014, raggiungendo quota 13,2 miliardi di euro: un incremento principalmente trainato dal Regno Unito, che si sta affermando sempre più quale mercato leader della regione Emea, raccogliendo poco meno del 50% di tutte le compravendite alberghiere dell’area, per un aumento delle transazioni pari a un significativo +172% rispetto al 2014.
Ma i primi sei mesi dell’anno sono stati particolarmente positivi anche per la Germania, il cui mercato ha fatto segnare una sensibile crescita del volume delle compravendite (+60%), che hanno raggiunto complessivamente quota 1,4 miliardi di euro. Il periodo gennaio-giugno 2015 ha infatti registrato nel paese tedesco un numero significativo di transazioni, relative sia a singoli asset, sia a interi portafogli. Tra questi, di particolare rilevanza sono state la vendita dell’hotel Marriott a Monaco di Baviera e la più grande transazione di un portafoglio alberghiero in Germania: l’accordo «sale and franchise-back» che ha visto il passaggio di proprietà di 18 alberghi da Accor a Event Hotel Group, con successiva stipula di un contratto di franchising, per una cifra complessiva di 150 milioni di euro.
Tra i protagonisti di questa vera e propria ondata di acquisti si segnalano quindi i fondi d’investimento e di private equity nordamericani, i quali continuano a concentrarsi soprattutto sulle opportunità di investimento europee e in particolare su quelle britanniche. «L’interesse dei capitali nordamericani per il mercato alberghiero del Vecchio continente non è certo una sorpresa», spiega peraltro l’executive vice president Jll Hotels & Hospitality, Roberto Galano. «In Europa, infatti, sia la base dei rendimenti, sia il numero dei visitatori continua a essere sostenuto. La novità consiste quindi ora nel fatto che questo tipo di investitori pare riporre ulteriore fiducia nel settore, dimostrando interesse non solo per i cosiddetti city-hubs, ma anche per le destinazioni periferiche e regionali».
Un’altra grande opportunità è poi oggi rappresentata dal recente, significativo ingresso di capitali cinesi in area Emea: «In passato, le procedure burocratiche necessarie per l’approvazione di investimenti esteri di importo superiore a 100 milioni di dollari costituiva un serio ostacolo per gli investitori dell’ex Celeste impero», riprende Galano. «Recentemente, tuttavia, il ministero del Commercio cinese ha modificato le norme in materia, tanto che all’inizio di quest’anno avevamo previsto che gli acquisti alberghieri originati dal paese del Dragone avrebbero raggiunto una quota pari a circa 5 miliardi di dollari a livello globale. Nella sola area Emea, invece, abbiamo già assistito all’acquisizione del portafoglio Louvre da parte del gruppo Jin Jiang per 1,9 miliardi di euro, e ci aspettiamo ulteriori transazioni entro la fine dell’anno».
In tale contesto, è quindi poco probabile che la crisi finanziaria greca, pur in tutta la sua gravità, possa compromettere in qualche modo le tendenze più recenti in fatto di investimenti nell’hôtellerie. «Proteggere l’industria dei viaggi e dell’ospitalità greca sarà fondamentale per quanti stanno negoziando a Bruxelles», ricorda ancora Galano. «Il turismo, devastato dal debito, è una delle principali risorse per l’economia del paese ellenico e lo scorso anno ha contribuito per quasi il 10% alla formazione del prodotto interno lordo nazionale».
Anche se le prime misure adottate paiono andare in senso contrario (con l’innalzamento dell’Iva su ristoranti e hotel, nonché con la progressiva eliminazione delle agevolazioni fiscali riservate alle isole), «per gli investitori opportunistici, il recente corso degli eventi può quindi in realtà rappresentare una proficua occasione di accedere a un mercato che, una volta raggiunto un accordo definitivo a Bruxelles, attraverserà senz’altro un periodo di ripresa. Dopodiché, si dovrebbe assistere a un ritorno di fiducia dei turisti e, allo stesso modo, delle banche intenzionate a erogare i finanziamenti necessari agli operatori desiderosi di investire ulteriormente nel settore».
E per quanto riguarda l’Italia? Il nostro paese ha mostrato particolari segnali di vitalità durante il primo trimestre dell’anno, quando gli investimenti alberghieri avrebbero raggiunto la soglia dei 55 milioni di euro: una cifra pari a circa il doppio rispetto a quanto fatto registrare nel medesimo periodo dell’anno scorso. Ma il trend dovrebbe ulteriormente accelerarsi nel prossimo futuro, tanto che, secondo quanto ha recentemente dichiarato lo stesso Galano al Sole 24 Ore, entro la fine del 2015 «stimiamo un volume di investimenti complessivo intorno ai 600 milioni di euro». Una buona parte di tali capitali dovrebbe essere di provenienza mediorientale (soprattutto Qatar e Abu Dhabi), seppure anche nel nostro Paese si starebbero affacciando gli investitori cinesi. D’altronde le attività di compravendita nella Penisola sarebbero favorite sia da un trend finalmente in decisa ripresa (nel solo mese di giugno il ricavo per camera disponibile è aumentato del 12,1% rispetto allo stesso mese del 2014), sia dalla presenza sul mercato di asset importanti, tra cui quelli del gruppo Acquamarcia attualmente in amministrazione controllata. Anche una compagnia internazionale come Starwood sarebbe peraltro intenzionata a cedere presto tre sue hotel a Firenze e a Roma (prorpio a quest’ultimo proposito è giusto di ieri l’annuncio, da parte della compagnia americana, della vendita del Westin Excelsior Rome a Katara Hospitality per una cifra complessiva pari a 222 milioni di euro, ndr).

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