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Un albergo e la Milano che era

Di Antonio Caneva, 10 dicembre 2015

Ho ricevuto recentemente il libro «Hotel Manin, Milano. Il Manin, un albergo, una famiglia a Milano», scritto con sensibilità storica e emotiva da Stefania Nascimbeni, che ha il merito di mettere le persone al centro degli avvenimenti.
Nella prefazione, il professor Umberto Veronesi dice: «Questo libro è insieme la storia di un albergo, l’hotel Manin, che ha iniziato nel 1846, ai tempi delle Cinque giornate di Milano e di una famiglia, i Colombo, che si insediarono nella nostra città nel 1850».
Nel 1904, Gianni Colombo acquistò l’hotel Manin. E quindi la famiglia lo conduce, ininterrottamente, da 111 anni.
Questo libro pone i Colombo al centro e attorno la storia, quella di Milano, quella di questa città che nel tempo si proietta nella stessa del nostro paese: le due guerre, il ’68, le Brigate rosse, la crisi del Golfo.
Un paio di riflessioni.
Sono stato l’estate scorsa a Norimberga e ho visitato il luogo del processo che, iniziato nel 1945, ha visto giudicare i gerarchi nazisti. Nell’aula 600, dove si è svolto il procedimento, si rivivono le varie fasi del giudizio: le foto riportano a quei momenti con una vividezza che trasmette brividi. Seguendo il percorso della mostra però, ciò che colpisce maggiormente non sono i passaggi del processo, documentato esemplarmente, ma la piccola storia delle persone incatenate, torturate: figure di sfondo di un dramma storico di cui sono testimoni e vittime principali. L’individuo torna centrale.
La settimana scorsa ho visitato Lubiana, capitale della Slovenia, e qui, in due musei, si racconta la storia di un secolo, il Ventesimo, vissuto dal paese: l’appartenenza al Regno asburgico, la Prima guerra mondiale e la
monarchia, la Seconda guerra mondiale, il comunismo, la proclamazione dell’indipendenza nel 1991 e la rivolta che la rese possibile. E anche qui, tra i contributi della Storia (con la esse maiuscola) emergono le figure dei singoli, con le loro piccole vicissitudini, gli aspetti del quotidiano e dei propri bisogni. Nelle teche sono esposti oggetti appartenuti a persone comuni: in una lettera, tale Durban, carcerato nel campo di Natzweiler, scrive alla zia con affetto e le racconta che sta bene, pregandola di mandargli in un pacchetto un asciugamano e un poco di sapone. La Storia attorno, ma la persona al centro.
Ricco di affascinanti ricordi, con poetica, nel libro del Manin nonna Carlotta richiama pezzi scomparsi della Milano di allora: «Via Fatebenefratelli, rivedo i bei tramonti sul Naviglio con il campanile di San Marco che si riflette nelle acque rese rosa dal sole morente, che pace. Tutto finì quando nel 1929 coprirono i Navigli»; o della vita dell’albergo, con i bombardamenti che il 13 agosto 1943 distrussero l’hotel: «Il mio Manin, quarant’anni di lavoro, l’opera del mio Gianni, ricordi, anni sereni, lotte, tutto è finito!». Così non è stato perché l’albergo è stato poi ricostruito e ora è condotto dai giovani della quarta generazione: Davide, Nicola e Carlotta.
È un libro affascinante, per i motivi che ho accennato e perché la ricca documentazione e iconografia ci accompagna in oltre 150 anni di storia dell’albergo e della città; da leggersi di getto, come un romanzo d’avventura, come in effetti è la storia della famiglia Colombo, a Milano.
L’anno è ormai alla fine: un anno in chiaroscuro, e questo è l’ultimo numero del 2015.
Tanti auguri a tutti, serene feste e arrivederci all’anno prossimo.

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