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Napoli, tra il concreto e l’irreale

Di Antonio Caneva, 16 aprile 2004

L’ultima volta che ero stato a Napoli la città fumava di immondizie bruciate nei cassonetti. Ora, dopo più di un anno, torno e le strade sono appena state sgombrate da cumuli di sacchi puzzolenti.
Mi sono chiesto se fosse un salto temporale, ma leggendo il cartoncino con il numero della camera consegnatomi all’arrivo in albergo, ho capito che il malessere cittadino è molto profondo. Sul retro, accompagnato da chiari disegni esplicativi, era riportato: “Consigli utili: non portate borse al seguito quando fate visite turistiche; non portate gioielli addosso nelle passeggiate per strada; non tenete borse, valigie, stereo ed altri oggetti di valore mentre viaggiate in automobile”. Consigli peraltro non molto dissimili da quelli che si ricevono andando a Nizza, solo che qui sono formalizzati.
Questo é il primo impatto, girando però per la città e parlando con la gente (soprattutto con i simpaticissimi tassisti) si recepisce un clima diverso, di una città fatta di brava gente, operosa – quanto può – e ricca di umanità. Saranno forse state le belle giornate che hanno accompagnato la Borsa mediterranea del turismo o la manifestazione che si è rivelata molto più interessante di quanto supponessi o piuttosto le bellezze della città, con i giardinetti che nascondono le interessanti facciate delle case, comunque, da questa visita ho ricavato un’impressione piacevole.
Nel taxi che mi trasportava alla fiera riflettevo sulle vicende che hanno tolto Napoli dai grandi itinerari turistici e ne parlavo con il guidatore. “E sì dottò – affermava, mentre passando davanti alla statua di madre Teresa di Calcutta si faceva il segno della croce – questa è una questione di mentalità, bisogna che la gente modifichi il proprio atteggiamento, solo così le cose a Napoli potranno andare bene”. Nel frattempo eravamo arrivati: quanto le devo? Dieci euro dottò, affrettandosi ad azzerare il tassametro che indicava 6,90 euro.

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