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I Savoia si raccontano a Milano

Di Antonio Caneva, 16 luglio 2010

Ha luogo, a Milano, una mostra dal titolo «Casa Savoia e l’unità d’Italia» che, in occasione del centocinquantesimo anniversario dell’unità del paese, si propone di tracciare, nel periodo, un ritratto di casa Savoia.
Leggendo i nomi del comitato storico e scientifico, nonché del comitato d’onore, si ha immediatamente la percezione della loro provenienza. E d’altronde non avrebbe potuto essere diversamente; non deve essere stato facilissimo il reperimento del materiale concernente i Savoia: oggetti piccoli e grandi, bandiere e gioielli, documenti e attestazioni della quotidianità e dei momenti di rappresentanza dei regnanti, raccolti in bacheche. A fianco delle teche sono posti dei cartelloni descrittivi, in relazione al momento cui si riferiscono gli oggetti. La storia del nostro paese, così, passa attraverso la visione dei promotori e, devo dire, senza particolari prese di posizione, come dovrebbero essere le raffigurazioni storiche. Sì, una certa indulgenza era inevitabile: per esempio, quando si parla di Vittorio Emanuele III si sottolinea che, prima di firmare le leggi razziali, le aveva rimandate per tre volte. Inevitabili anche alcune dimenticanze, quale, per esempio, quella relativa alla «ritirata» del re a Brindisi. Tutto bene, quindi, fino al cartellone in cui (probabilmente sfuggendo di mano ai più scientifici) si afferma, parlando di Umberto II, per pochi giorni re d’Italia: «Vivrà il resto della vita operando per il bene dell’Italia con il desiderio di poter tornare almeno per morire, desiderio che gli fu vilmente negato». Ecco, quel «vilmente», in maniera astiosa, dà un giudizio di parte e qualifica, purtroppo in negativo, tutto il lavoro storico svolto.
Succede, succede nella vita quotidiana e nel lavoro che una parola qualifichi i pensieri e una struttura mentale; tra le più comuni, «avrei voluto, però»: quel «però» mi terrorizza, perché richiede al soggetto al quale si nega qualcosa anche la condivisione delle motivazioni del diniego. Un’altra parolina è «equidistanza», quando si dovrebbe prendere posizione a favore di qualcuno ma, pusillanimemente, non ci si vuole inimicare la controparte. E si può continuare. Faccio attenzione a chi utilizza parole che stonano nel contesto in cui vengono espresse. Spesso sono la riprova di malafede o secondi fini.

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