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Quando l’albergo è come un film

Di Antonio Caneva, 28 gennaio 2011

Nel film The Sleepers c’è una scena, verso la fine, in cui alcuni amici che hanno vissuto esperienze terribili (un procuratore, due gangster, una assistente sociale e un giornalista), dopo varie vicissitudini si ritrovano per un’ultima cena, in allegria. Banale: quello del ritrovarsi al bar o al ristorante è una costante dello spettacolo, sia cinema o teatro; e allora perché ricordarlo? Perché, per qualche alchimia, in questa occasione la recitazione si fonde e trascina lo spettatore fuori dalla sua dimensione per consentirgli di condividere lo spazio di questa situazione. Brava la regia, eccezionali gli attori, buona la storia: un insieme di elementi che non possono essere separati gli uni dagli altri; è un fondersi di entità in cui contemporaneamente ognuno dà il meglio, in maniera non più singolarmente individuabile.
Così talvolta avviene anche negli alberghi; come nello spettacolo anche negli alberghi, per qualche fortunata circostanza, in qualche momento succede che si crei un amalgama di elementi per cui l’albergo diventa un luogo-non luogo: una direzione ispirata, una località d’eccellenza, un organico professionale e coinvolto, i tempi e le situazioni favorevoli; tutto questo e altro ancora contribuiscono a rendere la struttura uno «spettacolo» unico.
Sovente, tornando in un posto dove siamo stati molto bene, restiamo delusi; eppure la struttura è la stessa, come pure la località e la direzione; però, malgrado questo, non si è più a proprio agio come precedentemente. I momenti magici non sono ripetibili; avvengono e basta.
Io da giovane ho lavorato in molti alberghi, tra cui, se posso menzionarne uno, il Beau Rivage a Losanna. In quell’anno avvennero tante cose e il lago ne era partecipe: la delegazione algerina che trattava la pace con la Francia tutti i giorni lasciava l’albergo per attraversare il lago destinazione Evian, sede degli incontri; ma non c’era solo quello: era anche l’anno in cui, più semplicemente, il Bologna lottava con l’Inter per lo scudetto e in sala personale discutevano i bolognesi con i milanesi; era il tempo in cui il principe del Marocco veniva a Losanna per laurearsi o il Negus a contare i dollari depositati nelle banche. E il lago, brillante e vivo, l’albergo pieno di fiori, la gente che ci lavorava gentile e disponibile e queste storie pazzesche: come quelle del cliente che mandava i commissionieri dell’albergo a Parigi per prendere il tabacco.
È questo che talvolta rende prezioso il lavoro negli alberghi: avere la fortuna di essere partecipi di momenti unici, momenti di cui poi si porta con sé la memoria.

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