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Il turismo culturale non sfonda

Di Massimiliano Sarti, 13 marzo 2009

L’enorme ricchezza del patrimonio artistico-culturale nazionale non è sufficientemente valorizzata e soprattutto non ne sono sfruttate appieno le opportunità come fonte di generazione di valore per il settore dell’industria creativa, nonché per il comparto turistico, in particolare per quello culturale, e per l’economia italiana nel suo complesso. È questo il risultato, forse scontato nelle conclusioni ma non sicuramente nei contenuti specifici, di un recente studio su «Arte, turismo culturale e indotto economico», commissionato a PriceWaterhouseCoopers da Confcultura e dalla commissione turismo e cultura di Federturismo-Confindustria.
È ormai molto tempo, infatti, che si sottolinea da più parti il vantaggio competitivo del nostro paese nei settori legati alla valorizzazione del patrimonio storico, artistico e culturale. Ma poi, troppo spesso, si lascia tale affermazione priva di contenuti e analisi reali. Il merito dell’indagine PriceWaterhouseCoopers è perciò quello di dare forma precisa a tale asserzione di principio: secondo i dati della ricerca, in Italia ci sarebbero così 5.500 tra musei, monumenti e aree archeologiche. In Usa, unico paese a sopravanzarci in questa classifica, sarebbero invece 8.100, in Inghilterra 3 mila, in Spagna 2.300 e in Francia, i soli musei, 1.200. I parchi nazionali, inoltre, da noi sarebbero 23, mentre la Francia ne conterebbe 13 e la Spagna 16. Ancora, i giardini storici italiani sarebbero 3.274, quelli francesi 1.650 e quelli spagnoli 90. Per quanto riguarda poi il patrimonio enogastronomico, il nostro paese vanterebbe 364 prodotti dop e igp, contro i 155 della Francia e i 107 della Spagna. Inoltre, noi avremmo 359 vini doc e docg, rispetto ai 340 del paese d’oltralpe e ai 63 dello stato iberico. Infine, ma è forse il dato più significativo perché uniforme a livello internazionale, i siti Unesco in Italia sarebbero 43 contro i 40 della Spagna, i 37 della Cina, i 33 della Francia, i 27 dell’Inghilterra e i 20 degli Usa.
«Si tratta evidentemente di dati di assoluto primato a livello mondiale», spiega Giacomo Neri, partner in charge della financial services practice di PricewaterhouseCoopers advisory. «Ciononostante gli Stati Uniti, con un patrimonio che è meno della metà del nostro, registrano un ritorno commerciale sui siti Unesco superiore di quasi otto volte rispetto a quello italiano. In termini di rac, un indice medio che misura il ritorno economico sugli asset culturali, i nostri siti Unesco genererebbero così un reddito 16 volte inferiore rispetto a quelli Usa, nonché sette volte più basso di quelli britannici e quattro volte di quelli francesi. Le stime dei nostri analisti indicano, inoltre, come il pil generato dal settore culturale e creativo in Italia (pari a circa 40 miliardi di euro) raggiunga solo il 2,6% di quello complessivo nazionale, rispetto al 3,8% del Regno Unito (circa 73 miliardi di euro) e al 3,4% della Francia (circa 64 miliardi di euro). È evidente perciò il gap competitivo e la nostra scarsa capacità di sviluppare il potenziale di questo specifico comparto».
Leggermente diverso, ma anche qui con ampi margini di crescita, il discorso relativo al peso del pil del turismo culturale, che con i suoi 54 miliardi di euro rappresenta il 33% dell’economia turistica italiana complessiva. Un valore sì inferiore al 39% della Spagna (79 miliardi di euro), ma anche superiore al 28% del Regno Unito (57 miliardi di euro) e al 31% della Francia (65 miliardi di euro).
«Nel nostro paese», commenta il presidente di Federturismo-Confindustria, Daniel John Winteler, «c’è molto da lavorare per sviluppare un rapporto più stretto fra industria turistica e patrimonio artistico e culturale. Noi di Federturismo-Confindustria abbiamo perciò deciso di unire le forze con Confcultura, proprio per dare impulso al consolidamento di questo rapporto e avere una visione integrata delle politiche del settore».
Ma quali sono, allora, le prospettive? E quali le strategie migliori da adottare?
«È auspicabile, in particolare, che le risorse istituzionali e finanziarie, pubbliche e private, si impegnino in un’ottica di public and private partnership sul modello, per esempio, delle fondazioni bancarie: un sistema che ha già dimostrato ampiamente le proprie potenzialità», riprende Neri. «Occorre soprattutto agire in maniera più efficace e coordinata, al fine di rivalutare i core asset disponibili, facendo soprattutto leva sul relativo indotto diretto e indiretto. Investendo sui settori primari è infatti possibile dare avvio a un processo virtuoso che coinvolgerebbe, con ricadute positive, anche gli altri comparti economici. Noi di PriceWaterhouseCoopers, in particolare, abbiamo elaborato una proiezione basata sull’ipotesi di un riallineamento delle performance del turismo culturale italiano sulla best practice spagnola, paese nel quale tale comparto, durante il 2008, ha contribuito per il 7,4% alla formazione del pil nazionale, contro il 3,5% garantito dal medesimo segmento nella nostra penisola. Ebbene, in tale evenienza, tra oggi e il 2013 assisteremmo a un tasso annuo di crescita composto (cagr) pari al 17% del pil del turismo culturale: uno sviluppo capace, da solo, di garantire un incremento annuo medio dello 0,8% del pil nazionale complessivo e del 18% del numero degli addetti del comparto, che supererebbero quota 1 milione».
Tra le possibili opzioni strategiche di rilancio del comparto, fondamentale appare così a Federturismo e Confcultura un maggiore sviluppo della fruizione museale, garantita da una più accorta gestione degli orari di apertura e dei servizi collegati, in particolare di quelli connessi al mercato del merchandising museale. Anche perché attualmente, in Italia, solo il 24% delle istituzioni culturali statali aperte al pubblico possiede al proprio interno un bookshop. Fondamentale, infine, è l’applicazione di nuove tecnologie a supporto della cultura, nonché l’implementazione di eventi culturali sul territorio, che possano anch’essi generare impatti economici positivi e incrementali.

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