L’Italia attrae turisti e investitori e presenta uno dei più ampi potenziali di crescita in Europa in termini di brandizzazione del comparto alberghiero. È quanto è emerso dall’incontro che si è tenuto nei giorni scorsi a Milano, promosso da CBRE, società di servizi e consulenza nel commercial real estate, in collaborazione con la compagnia Minor Hotels, per discutere delle dinamiche del mercato alberghiero e del ruolo crescente che esercitano all’interno di esso e nelle strategie di investimento i brand alberghieri.
L’Italia che attrae
Secondo CBRE, oggi l’Italia si conferma tra le principali destinazioni in Europa per domanda ricettiva, con 308 milioni di presenze alberghiere, il 57% delle quali di provenienza internazionale. Le previsioni indicano un Tasso Annuo di Crescita Composto della domanda pari al 4,3% fino al 2030, superiore alla media europea stimata al 3,8%, con un incremento atteso della domanda internazionale ancora più sostenuto, pari al 5,3%.
“Questi solidi fondamentali di mercato continuano a sostenere l’interesse degli investitori – è l’analisi -. Dal 2019 il settore alberghiero rappresenta tra il 10% e il 12% degli investimenti immobiliari in Europa e, per il 2026, in Italia sono attesi volumi superiori a 2,3 miliardi di euro. Tuttavia, sta cambiando il profilo degli investitori: dal 2019 si è assistito a una crescita significativa degli sviluppatori e dei proprietari con una visione orientata alla gestione operativa e a lungo termine, la cui presenza è triplicata. Parallelamente, la quota degli investment manager si è ridotta di circa 20%”.
Investimenti e brand
Sul fronte dell’offerta – hanno poi rilevato gli analisti – l’Italia presenta uno dei più ampi potenziali di crescita in Europa in termini di brandizzazione del comparto, anche per la minor penetrazione delle compagnie alberghiere rispetto agli altri mercati europei. Oggi, infatti, solo il 22% delle camere degli hotel è affiliato a un marchio, rispetto al 62% del Regno Unito, al 55% della Francia, al 48% della Germania e al 46% della Spagna. “Questo ampio margine di sviluppo – ha rilevato CBRE – rappresenta un’importante opportunità per gli investitori, poiché la presenza di un brand contribuisce a rafforzare la finanziabilità dell’asset, ad aumentarne la liquidità in fase di dismissione e a ridurne il rischio operativo“.
Il modello soft brand
Nel corso dell’evento ampio spazio è stato dedicato al ruolo in particolare dei soft brand, che emergono come una formula particolarmente adatta al mercato italiano: “I soft brand consentono alle strutture ricettive di mantenere il proprio nome, la propria identità e il proprio design, beneficiando al contempo dell’affiliazione a un grande gruppo alberghiero e dell’accesso ai suoi canali distributivi, programmi loyalty e standard di servizio. A differenza dei brand tradizionali che tendono a standardizzare l’esperienza – hanno evidenziato gli analisti – i soft brand permettono di preservare l’unicità dell’hotel. In un Paese come l’Italia, caratterizzato da un ricco patrimonio di edifici storici e da una crescita dell’offerta trainata soprattutto da conversioni e riposizionamenti, questo modello combina il valore dell’autenticità con la solidità operativa dei grandi operatori. Il risultato è una maggiore capacità di generare valore, sostenere tariffe premium e rafforzare l’attrattività dell’asset agli occhi degli investitori”.
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