Ci sono anche, e soprattutto, i lavoratori del turismo tra quelli che in Italia guadagnano meno, con una percentuale molto alta, addirittura sotto la soglia di povertà, soprattutto al Sud e nelle isole. È quanto emerge da un focus sul lavoro povero commissionato da Filcams Cgil, anticipazione di un report sull’occupazione che verrà pubblicato a breve dal sindacato.
I dati
Il report stima nel 50% la quota di lavoratrici e dei lavoratori occupati nei settori del terziario, del turismo e dei servizi che percepisce una retribuzione annua pari o inferiore a 13.950 euro, considerata soglia di povertà salariale individuata dalla letteratura nel 60% della retribuzione mediana, che sale a 14.800 euro per chi ha lavorato almeno dodici settimane nell’anno. Nel caso del turismo, però, la percentuale si alza ancora, e non di poco: a rimanere sotto la soglia di povertà è una quota pari al 70% di chi lavora nel settore, ovvero quattro lavoratori su cinque. Seguono i servizi, dove pulizie, multiservizi e ristorazione collettiva portano l’incidenza a oltre il 50%, anche tra chi lavora con continuità, e il terziario, superiore al 30%.
La geografia dei salari
La geografia del dato conferma un paese diviso: nel Mezzogiorno l’incidenza del lavoro povero si avvicina al 60% e, nel campione più ampio, coinvolge quasi due lavoratori su tre, contro il dato del Nord Ovest, che si attesta comunque oltre il 30%. A questo divario territoriale si somma quello di genere, pari a 18 punti percentuali a livello nazionale e prossimo ai 20 punti nei servizi, dove le donne in condizione di povertà lavorativa sono il 56,75% contro il 37,25% degli uomini.
Un’emergenza
“Il part-time involontario è ormai una condizione strutturale – commenta Fabrizio Russo, Segretario Generale della Filcams CGIL – che impone salari bassi e una condizione di precarietà costante. Siamo davanti a una vera e propria emergenza: quasi una persona su due guadagna meno di 15mila euro l’anno, un dato che rivela scelte organizzative precise, modelli d’impresa tarati sulla compressione del costo del lavoro e un’assenza di presidio contrattuale che dura da troppo tempo”. Il nodo per il sindacato rimangono i contratti: “Cgil Cisl e Uil stanno discutendo con le associazioni datoriali per giungere a un modello contrattuale e di rappresentanza che innovi e garantisca la tenuta dei salari. Il rinnovo dei contratti nazionali – sottolinea – resta infatti il primo argine contro il lavoro povero: è da lì che ripartiamo nella prossima stagione contrattuale, che nel 2027 ci vedrà al tavolo per tutto il settore del terziario distributivo e dei servizi, con la responsabilità di restituire dignità e riconoscimento alle persone che rappresentiamo”.
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