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Non avvitate viti negli ulivi

Di Antonio Caneva, 8 dicembre 2016

Abito a Milano, vicino a via Fauché, dove due volte la settimana si tiene un grande, vivo mercato, il quale prende tutta la via. Mi ha sempre colpito la sera quando i mezzi del comune intervengono per ripristinare la strada: macchinari per spazzare, per lavare, compattatori per i resti, vigili con le loro macchine di traverso per fermare il traffico, «bip-bip» dei camion per raccogliere le immondizie quando fanno retromarcia. Un impegno che in poche ore rende l’area nuovamente agibile e, se non lo si sapesse, nulla farebbe ipotizzare il movimento commerciale di poche ore prima.
Recentemente attraversavo una strada della periferia cittadina e notavo un addetto con un tubo per la ventilazione, che faceva uscire le foglie ormai morte da sotto le macchine, mentre un apposito camioncino le recuperava.
Scene di ordinaria quotidianità, che però denotano un grande impegno, per fare che la città sia in ordine e vivibile.
Riflettevo sulla complessità delle procedure nella gestione degli spazi pubblici e le paragonavo mentalmente a quanto avviene negli alberghi dove, anche lì, quotidianamente si mette in moto un meccanismo che rivede le strutture nel loro complesso.
L’impegno è sicuramente straordinario, perché straordinari sono gli alberghi e ognuno con la sua storia racconta qualcosa, e questa va mantenuta. Penso agli alberi di limone appena fuori all’affascinante Hotel Vittoria di Sorrento, così ben curati, o al parco del Beau Rivage di Losanna, affacciato sul lago, che una volta (ai tempi in cui vi lavoravo) aveva anche un cimitero per far riposare le spoglie dei cani, compagni degli ospiti dell’albergo. Questi gli spazi esterni, ma esistono anche degli unicum da mantenere integri: per esempio il Parco dei Principi di Sorrento, ideato da Gio Ponti nella sua complessità, interni ed esterni. Tempo addietro parlavo con Ezio Indiani, direttore del Principe di Savoia di Milano, e gli chiedevo della pendola di cui mi ricordavo dai tempi in cui lavoravo in quell’albergo e che era diventata un oggetto familiare. L’abbiamo mandata a riparare, mi diceva. E infatti, la visita successiva era nuovamente funzionante, nella hall.
Tanto lavoro per mantenere tutto in ordine ed efficiente. A volte con dei siparietti divertenti.
All’Hotel Cervo, a Porto Cervo, nel patio c’era un ulivo (ci sarà ancora?) e improvvisamente si sono sentite delle grida: «Mais vous etes mattò, mettre une vis dans l’olivierò», con questo linguaggio maccheronico l’arredatrice francese, lontana parente dell’Aga Khan, a quei tempi proprietario della Costa Smeralda, urlava al manutentore che, per fissare un filo, lo aveva avvitato all’ulivo.
Tante realtà e tante situazioni che, con le loro peculiarità, danno smalto all’attività.

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