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Lalique e Murano: due filosofie vetrarie a confronto

Di Antonio Caneva, 26 agosto 2011

Non si può pensare a due produzioni di vetro più diverse di quelle che si realizzano a Murano e a Wingen sur Moder (Alsazia), nella vetreria Lalique. Quanto i vetri di Murano sono caratterizzati dall’esilità e ricchezza di colore, tanto Lalique produce degli ineguagliabili pezzi, soprattutto in monocromia con composizione materica.
Quando Barbara Lovato, responsabile di Atout France, mi ha invitato all’inaugurazione della mostra Illuminations et transitions, che si tiene a Murano sino al 30 settembre, organizzata in collaborazione con Lalique, non ho certamente potuto dire di no, per almeno tre motivi: il ritorno alla città di origine, la visita del museo del vetro di Murano e l’inaugurazione della mostra.
È sempre affascinante il tragitto che porta alle isole della Laguna e, quando si arriva a Murano, per prima cosa si incontrano le vetrerie, alcune ormai reperti di archeologia industriale. Il museo è vivo e il direttore, nel darci il benvenuto, ci informava della recente autorizzazione al raddoppio dello spazio.
La mostra esibisce opere di Caroline Prisse, Bert Frijns, Vincent Breed e un monumentale lavoro di Joan Crous. La presentazione dell’evento è anche l’occasione per parlare del museo Lalique in Alsazia, inaugurato il 1° luglio, che all’interno di uno spazio di 900 metri consente di seguire un percorso della storia, che dalla gioielleria passa al vetro, attraverso il Liberty, il Déco, sino ai giorni nostri.
Ho deciso assolutamente di andare in Alsazia (terra tra l’altro di interessanti prodotti gastronomici) a visitare il museo; in attesa voglio citare una frase di René Jules Lalique, il fondatore della casa: «Lavoravo senza tregua, con la volontà di ottenere un risultato innovativo e di creare qualcosa che non si fosse ancora visto». Lui è fortunato, perché c’è riuscito e, anche in questi tempi, spesso superficiali, prodotti come quelli Lalique non passano certo inosservati.

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