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Ecco il nuovo Miracolo a Milano

Di Antonio Caneva, 22 maggio 2014

Expo 2015 dove sono previsti 20 milioni di visitatori, e dovrebbe contribuire a rimettere in moto la nostra economia, ci regala un sistema in cui riemergono dalle nebbie di Tangentopoli anche tali Gianstefano Frigerio e Primo Greganti: quasi il sequel del film Miracolo a Milano.
Non riusciremo mai a scrollarci di dosso la qualifica di paese inaffidabile, se ciò che favorisce la corruzione è una sensazione continua di precarietà: vivere in emergenza consente di bypassare le norme di corretti controlli e favorisce il malaffare. Non si sapeva da cinque anni che nel 2015 ci sarebbe stato l’Expo? Allora perché arrivare all’ultimo momento per approvare appalti con deroghe motivate dall’urgenza?
Pensiamo quasi con orgoglio che «siamo bravi, all’ultimo momento arriviamo comunque ad aggiustare il tutto»; illusione: si ha piuttosto l’impressione che le decisioni operative vengano ritardate per entrare in un’emergenza che consente, poi, di realizzare quanto abbiamo sotto gli occhi.
Dai mondiali di calcio del 1990 in poi, alla ricostruzione dopo il terremoto in Abruzzo, fino all’Expo, non c’è stato un grande evento che non abbia avuto strascichi giudiziari: è mai possibile?
Emblematico, all’interno del progetto Expo, è il sistema delle vie d’acqua, prima presentato come punto caratterizzante nel progetto per l’assegnazione dell’Expo a Milano, poi annullato causa tempi e mancanza di fondi, da ultimo ripescato «si può fare» e ora, dopo gli ultimi episodi corruttivi, nuovamente in forse.
Il Brasile mi ricorda qualcosa di simile con i Campionati del mondo di calcio che inizieranno tra meno di un mese e gli stadi ancora da terminare. Non sia che oltre alla Nutella si sia esportato in quel paese anche le tecniche di costruzione?
La politica che ci dovrebbe rappresentare diventa sempre più uno spettacolo strillato, dove non vincono le idee ma chi le infiocchetta meglio, è più bravo a raccontarle o a gridarle.
In previsione delle elezioni europee di domenica assistiamo al peggio: chi si riscopre animalista mettendo in mostra il cagnolino (“ino” anche nel nome: Dudù) e chi il cane vorrebbe vivisezionalo (Grillo), chi si fa riprendere vicino ai Bronzi di Riace per evidenziare la propria attenzione alla cultura e al turismo, dimenticando che questi sono in un museo costato una fortuna, con ritardi di anni sui lavori e incompleto nelle esposizioni (Renzi). Solo esempi, che per una volta vale la pena di generalizzare.
Un’Italia che peggiora: finita la guerra, negli anni 1950 eravamo poveri, vestiti male, ma brava gente; ora, siamo ancora poveri, molto più eleganti ma, forse, meno brava gente.

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