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Cosa pubblica: da Giulietta a Giulio

Di Antonio Caneva, 10 ottobre 2013

Lo spettacolo offerto dai nostri governanti è spesso rappresentativo di una visione della gestione della cosa pubblica, a livello centrale e periferico, che, per molti responsabili, eletti o nominati, si può raffigurare con tre situazioni.

C’è chi vuole negare le evidenze, perché non rispondono ai propri tornaconti – desideri; e questo lo si trova anche nel Romeo e Giulietta di Shakespeare, nel punto in cui Giulietta non vorrebbe che arrivasse il mattino. Romeo sa che, se fosse scorto dai parenti a casa di Giulietta, dove ha passato la notte, sarebbe ucciso, e vuole partire, mentre Giulietta, cerca di trattenerlo pur conscia che è l’alba:
Giulietta: «Te ne vuoi già andare? Non è ancora giorno: era il canto d’un usignolo e non di un’allodola a ferirti il trepido orecchio. Di notte l’usignolo canta su quel melograno; credi a me, amore, era l’usignolo».
Romeo: «No, era l’allodola, foriera del giorno; non era l’usignolo. Guarda, amore, come quelle strisce laggiù a oriente tagliano invidiose le nuvole. Le faci della notte si sono ormai consumate e in punta di piedi il giocondo mattino s’è levato sulle cime nebbiose delle montagne. Devo andarmene e vivere, o rimanere e morire.
Giulietta: «Quella luce non è la luce del giorno, lo so…».

La seconda tipologia è, purtroppo, tipica di chi, non capisce le situazioni e si raffigura nella seguente storiella. Un selezionatore del personale a un candidato: «Il risultato del colloquio è chiaro: lei è una persona di una agghiacciante mediocrità intellettuale, ha un livello di studi decisamente inferiore ai requisiti e manca di motivazione». «Non mi tenga sulle spine: allora, mi assume o no?»

La terza, ricorda la famosa frase di Giulio Andreotti: «Pensar male è peccato, però… ci si indovina».

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