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Lavorare nel turismo, oggi

La crisi geopolitica, le sfide del mercato del lavoro e il paradosso italiano su cui si regge un settore che, per guardare al futuro, è chiamato a investire sulla qualità dell’occupazione

La crisi geopolitica, le sfide del mercato del lavoro e il paradosso italiano su cui si regge un settore che,

Di Silvia De Bernardin, 7 Maggio 2026

La scorsa settimana era il Primo Maggio, festività-ponte che da sempre rappresenta per il turismo un assaggio della stagione estiva alle porte. Un banco di prova per flussi, destinazioni e tendenze quanto mai delicato questa primavera, con la crisi geopolitica globale in corso che rende impossibile fare previsioni su ciò che accadrà da qui a settembre. Tuttavia, riportando l’attenzione sul significato originario della ricorrenza del Primo Maggio, c’è un paradosso che attraversa il turismo contemporaneo e che la festa dei lavoratori rende impossibile ignorare.

Un settore esposto

Al netto delle incertezze delle ultime settimane, viaggiare non è mai stato tanto accessibile, desiderato e diffuso come oggi. Città, spiagge e montagne si riempiono – sin troppo – di turisti, le destinazioni si trasformano e si moltiplicano le “esperienze”, cuore del turismo contemporaneo. Eppure, dietro questa vitalità, il lavoro nel turismo continua a essere molto spesso fragile ed esposto. In un settore nel quale è il cosiddetto “tocco umano” a fare la differenza, sono proprio le persone che ci lavorano a vivere spesso condizioni di incertezza. In Italia, poi, dove il turismo rappresenta una componente strutturale dell’economia e dell’identità stessa di molti territori, capace di tenere insieme cultura, accoglienza, paesaggio, tradizione e innovazione, questo tema assume un valore ancora più decisivo. Un sistema che negli ultimi anni è stato attraversato da cambiamenti profondi, con la pandemia che ieri ha lasciato cicatrici evidenti e i conflitti e l’instabilità economica che oggi rischiano di modificare equilibri, prospettive e flussi in modo non preventivabile.

A questo scenario si aggiungono l’aumento dei costi, le nuove aspettative dei viaggiatori che, sempre più esigenti e consapevoli, richiedono competenze nuove e aggiornate e una difficoltà ormai strutturale nel reperire personale qualificato. In Italia, queste dinamiche risultano particolarmente evidenti: la stagionalità resta marcata e limita la stabilità lavorativa, molte aziende faticano a trovare e a trattenere i collaboratori, molti professionisti lasciano il settore che, soprattutto agli occhi dei più giovani, risulta poco attrattivo. Il lavoro nel turismo continua, cioè, a essere percepito come temporaneo o poco qualificato, nonostante richieda competenze sempre più articolate.

Il paradosso

Ed eccolo, allora, il paradosso evidente: l’Italia rimane una delle mete turistiche più desiderate al mondo, ma fatica a rendere attrattivo il lavoro necessario a sostenere il suo posizionamento internazionale. È qui, dunque, che si gioca una partita decisiva per il futuro del comparto. Perché il turismo non può continuare a crescere senza interrogarsi sulla qualità del lavoro che lo sostiene. Non può continuare a sventolare la bandiera della sostenibilità senza includere la dimensione umana. Non può promettere esperienze autentiche se chi le rende possibili vive condizioni precarie.

Eppure, c’è un altro risvolto della medaglia. Nonostante le difficoltà, lavorare nel turismo per molti significa ancora oggi partecipare a qualcosa di unico: essere ogni giorno lì dove culture e lingue diverse si incontrano e portano storie nuove. Significa, in molti casi, avere accesso a una dimensione internazionale che pochi altri settori professionali offrono. Riscoprire che il turismo, nel suo nucleo più autentico, è relazione e che coloro che ci lavorano sono i mediatori che la rendono possibile.

I segnali positivi

Come raccontiamo spesso anche nelle pagine del nostro magazine (sfogliabile per intero a questo LINK), i segnali positivi di cambiamento non mancano, anche in Italia. Le aziende più sensibili e strutturate mostrano un’attenzione crescente alla qualità del lavoro e alla ricerca di un equilibrio più sano con la vita privata, che oggi è la richiesta principale avanzata dai collaboratori. Si rivedono stipendi, turni e orari, si investe sulla formazione professionale, si moltiplicano i programmi e le iniziative di welfare. E mentre emergono nuove professionalità, una generazione con priorità diverse dal passato inizia a chiedere e a costruire un turismo diverso, più equilibrato e più attento alle persone oltre che ai numeri.

Certo, la strada è ancora lunga e le difficoltà del periodo rischiano di renderla accidentata, anche ai più volenterosi. Eppure, la sfida rimane e va raccolta: rendere il turismo non solo un settore attrattivo per chi viaggia, ma anche per chi ci lavora. Costruire condizioni più stabili e più dignitose, restituire centralità alle competenze, al merito, alla professionalità. Perché il turismo è un’industria, ma è anche uno dei modi attraverso cui il mondo si incontra. E lavorarci, nonostante tutto, resta un privilegio – a patto che diventi, sempre di più, una scelta umanamente sostenibile.

Per approfondire: Decreto legge Primo Maggio, tutte le misure

In occasione del Primo Maggio il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto che prevede una serie di disposizioni in materia di salario e di incentivi all’occupazione e di contrasto del caporalato digitale, con uno stanziamento di circa 934 milioni di euro. Tra le misure, quelle relative alla decontribuzione per favorire l’inserimento lavorativo di donne e giovani, con l’esonero contributivo del 100% per 24 mesi per l’assunzione a tempo indeterminato, rispettivamente fino a 650 e 500 euro mensili. Previsto anche un “bonus stabilizzazione giovani”, che prevede l’esonero del 100% dei contributi fino a 500 euro per 24 mesi per le stabilizzazioni di contratti a termine, stipulati tra il 1° gennaio e il 30 aprile 2026 e della durata massima di 12 mesi, effettuate tra il 1° agosto e il 31 dicembre 2026, per personale di età inferiore ai 35 anni mai occupato stabilmente in precedenza. Per quanto riguarda i rinnovi contrattuali, il Decreto prevede che, lì dove il rinnovo non avvenga entro 12 mesi dalla scadenza, le retribuzioni siano adeguate forfettariamente in misura pari al 30% della variazione dell’Indice dei Prezzi al Consumo Armonizzato. La norma introduce, poi, uno sgravio contributivo per le imprese che adottano la certificazione UNI/PdR 192:2026, un nuovo strumento di gestione per la conciliazione tra vita familiare e lavoro, che definisce requisiti verificabili e indicatori di performance per le organizzazioni, private e pubbliche, che scelgono di investire in modo strutturato su maternità, paternità, carichi di cura, flessibilità organizzativa, welfare aziendale, salute e continuità di carriera. Infine, la definizione del cosiddetto “salario giusto” attraverso il quale si garantisce ai lavoratori una retribuzione non inferiore ai minimi stabiliti dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative, contrastando il dumping.

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