Benessere, work-life balance e crescita di carriera: si confermano questi i trend sui quali si muove il mondo del lavoro a livello globale. La conferma arriva dal primo “Workforce Trends Report” di The Adecco Group, un corposo report realizzato su un campione di ben 37.500 lavoratori e 2mila dirigenti C-level in 31 Paesi, Italia compresa, con un campione di 1.880 lavoratori.
Stabilità e personalizzazione
Il 2025 – evidenziano i dati del report – hanno segnato la fine della cosiddetta “great resignation” post pandemica: “La stabilità è tornata la priorità per i lavoratori, con il 2026 che si prospetta come l’anno in cui le aziende dovranno rispondere a esigenze sempre più concrete e personalizzate. Oggi viene infatti chiesta soprattutto sicurezza del posto di lavoro, reddito stabile e equo, flessibilità e crescita“. Nello specifico, sono quattro i pilastri principali emersi dalla ricerca, che delineano le aree strategiche su cui le aziende dovrebbero focalizzarsi durante l’anno per attrarre talenti. Vediamole insieme.
Flessibilità su misura e retribuzione equa
Salario e work-life balance sono e saranno sempre più i principali fattori di attraction e retention. Nel 2025 – evidenzia il rapporto Adecco – la stabilità retributiva è salita dal nono al terzo posto tra le ragioni per restare in azienda. La flessibilità è ormai un’aspettativa condivisa, ma va personalizzata: i leader puntano sul “dove” (remoto), i lavoratori junior sul “quando” (orario). Tuttavia, solo il 19% dei non-manager ha controllo sul proprio orario, contro il 43% dei dirigenti. “Per il 2026 – è l’indicazione – serviranno strategie data-driven e soluzioni che garantiscano equità e flessibilità reale a tutti i livelli“.
Mobilità e crescita interna
Nonostante i temi di retention e sviluppo siano centrali, il 61% delle organizzazioni fatica a ricollocare i talenti in nuovi ruoli e solo il 33% investe in strumenti per mappare competenze e capacità interne, emerge dalla ricerca. Il 74% dei lavoratori ha un piano di carriera che guarda oltre l’attuale azienda e l’83% vuole investire di più nello sviluppo delle proprie competenze. “La progressione di carriera è tornata così tra le priorità dei lavoratori, e dovrà esserlo anche per i datori di lavoro – evidenzia lo studio – il 33% dei dipendenti resta solo a condizione di avere opportunità di crescita, in netto aumento rispetto al 22% del 2024″.
Equilibrio tra tecnologia e centralità delle persone
Poi, c’è il tema AI, con l’87% dei dipendenti che si dichiara pronto ad adattarsi all’impatto dell’intelligenza artificiale e il 71% che ritiene che la propria conoscenza superi la formazione aziendale sul tema. “Per il 2026 – indica Adecco – le aziende dovranno andare oltre i programmi di upskilling sull’AI e adottare un modello che le prepari al futuro, più ampio e che integri adattabilità, proattività e competenze tecnologiche, coinvolgendo i dipendenti nella trasformazione e comunicando con chiarezza le opportunità di crescita”.
Inclusione, benessere e purpose
Oltre l’80% dei lavoratori preferirebbe un’azienda impegnata per la sostenibilità, ma meno della metà delle organizzazioni ha KPI per l’inclusione e solo il 39% ha un leader dedicato. Anche la salute mentale resta un aspetto centrale, ma il supporto dedicato è disomogeneo: le donne e i giovani dichiarano più spesso di avere sofferto ambienti tossici, ma ricevono meno supporto manageriale. “Fondamentale per le aziende – suggerisce ancora il report – sarà rendere misurabili le azioni su inclusione e benessere e integrarle nella cultura aziendale quotidiana, mostrando così un reale cambiamento e impatto sui lavoratori”.
Focus Italia
Per quanto riguarda l’analisi sui lavoratori italiani, emerge in particolare la centralità del tema della salute mentale e del benessere psicologico sul posto di lavoro. “Un aspetto tanto sensibile – rileva Adecco – da accendere un campanello d’allarme per i datori di lavoro: il 30% degli intervistati dichiara di non ricevere formazione aziendale sull’inclusione a fronte di una media globale del 22%. Ancor più significativo il dato per cui il 35% del campione italiano ritiene di non sentirsi aiutato dal proprio manager nella gestione della salute mentale. Si tratta del secondo valore più basso a livello mondiale”.
Il report restituisce un’immagine dei lavoratori italiani con luci e ombre, anche rispetto al rapporto con l’intelligenza artificiale e le prospettive di carriera future. Se da un lato gli italiani concordano sull’impatto trasformativo dell’IA, dall’altro mostrano una maggiore cautela nell’adattamento rispetto alla media globale (79% contro 87%), un dato che riflette forse un approccio più riflessivo al cambiamento tecnologico. Sul fronte delle competenze IA, in un contesto in cui le aziende faticano a fornire formazione al passo con il rapido progresso tecnologico, il 61% degli italiani ritiene che la propria conoscenza sia già superiore a quella offerta dai corsi di aggiornamento, rispetto al 71% globale. “Un segnale positivo arriva dalle priorità professionali – evidenzia infine il rapporto – l’avanzamento di carriera sta tornando tra le ambizioni degli italiani, ma il 38% dichiara di non avere ancora un piano di sviluppo professionale oltre l’attuale posto di lavoro, 12 punti percentuali in più rispetto alla media mondiale. Un’area su cui lavorare, ma anche un’opportunità per imprese e istituzioni di accompagnare i lavoratori in percorsi di crescita più strutturati“.
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