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Una vita da Chiave d’Oro

Forte l'impulso allo sviluppo della professionalità

Forte l'impulso allo sviluppo della professionalità

Di Antonio D´Antino, 24 febbraio 2012

Domanda. Come ha conosciuto l’associazione delle Chiavi d’Oro?
Risposta. A 18 anni, dopo aver trascorso qualche anno a lavorare in giro per alcuni alberghi d’Europa, sono rientrato in Italia, a Palermo, e ho trovato occupazione al Grand Hotel Villa Igiea, albergo frequentato dall’alta aristocrazia e dai vip internazionali. Ho iniziato quindi la mia carriera lavorativa come assistente di portineria. Ed è proprio qui, grazie ai miei due maestri, Giovanni Girani e Antonino Napolitano, chef concierge dell’hotel, che ho cominciato ad apprezzare l’associazione dei portieri. Così, ancora giovane ventenne, sono entrato nella famiglia delle Chiavi d’Oro. Nella struttura palermitana ho poi percorso tutti i passi della mia carriera lavorativa, fino al raggiungimento della qualifica di chef concierge executive, ossia, in pratica, di responsabile della portineria del Villa Igiea. Nel 1981 ho poi assunto, con molto entusiasmo, la carica di segretario regionale Trinacria delle Chiavi d’Oro, iniziando, in questo modo, la mia carriera parallela nella prestigiosa associazione italiana dei portieri d’albergo.
D. Cosa ha significato, per lei, far parte delle Chiavi d’Oro?
R. Per me, come per gli altri colleghi associati, era ed è un motivo di orgoglio ed entusiasmo lavorativo, di gratificazione. Non certo un modo, però, per sentirmi superiore a chi non è associato. Ho presto imparato che i colleghi di lavoro, dentro o fuori dell’associazione, sono tutti uguali e degni di rispetto. E questo è stato fin da subito un principio ben radicato tra i membri dell’associazione. Quest’ultima era nata e si era diffusa in Italia, nel secondo dopoguerra, inizialmente negli alberghi di lusso, allora detti di prima e seconda categoria. Se questo costituiva certamente un motivo di orgoglio non determinava però, tra gli associati, né atteggiamenti, né tanto meno la convinzione di rappresentare una casta di privilegiati. Al contrario, il nostro scopo era quello di metterci a disposizione dei colleghi, e soprattutto dei più giovani, affiancandoli nella loro carriera. Questo comportamento ci ha aperto non solo alle loro simpatie, ma anche al rispetto delle altre organizzazioni presenti nelle aziende, come i sindacati o i partiti. La mentalità flessibile che acquisivamo nell’associazione ci permetteva poi di affrontare in modo positivo anche le dinamiche del lavoro, le sue trasformazioni. A fronte dei cambiamenti di mansione che ci venivano richiesti, mostravamo perciò una pronta capacità di adattamento e integrazione, e diventavamo sovente noi stessi attori o promotori del cambiamento.
D. Quali sono allora gli insegnamenti più validi ricevuti dalle Chiavi d’Oro?
R. Le Chiavi d’Oro hanno dato un notevole impulso allo sviluppo della nostra professionalità. Si badi bene, infatti, che aver a che fare con persone quali ministri, deputati, imprenditori, finanzieri, banchieri, aristocratici, attori di livello internazionale, capi di Stato di diversi paesi, persone quindi abituate a comandare e a vedersi ossequiare, non era cosa semplice: in tali casi, se non si mostrava un elevato livello di professionalità, capacità di controllo della situazione e la giusta autorevolezza, si rischiava di divenire un loro servitore, più che un fornitore di servizi. Nelle Chiavi d’Oro ho però appreso anche l’importanza dei sentimenti di amicalità e solidarietà sul lavoro: princìpi non sempre facili da perseguire se non si possiede una solida base di convinzione. Ma anche sentimenti che sono diventati, oggi, il patrimonio conservato e preservato da tutti i senior: i soci, cioè, che hanno terminato la loro attività lavorativa, ma che non cessano di esercitare la loro missione nelle Chiavi d’Oro. I senior, infatti, sono la storia delle Chiavi d’Oro, tramandano il loro sapere alle future generazioni, e quindi sono destinati a rimanere i consiglieri a vita dell’attuale Federazione.
D. Siamo quindi al punto più importante: i giovani di oggi. Perché, per loro, ha ancora senso entrare nelle Chiavi d’Oro?
R. I valori che vengono professati nelle Chiavi d’Oro non sono valori passeggeri, che scadono col tempo, di moda solo in determinati periodi storici. Sono valori validi in eterno, che riteniamo debbano essere sempre proposti e insegnati. La grande forza delle Chiavi d’Oro risiede quindi nei suoi valori. E questi devono essere diffusi tra i giovani, che rappresentano il futuro associativo e lavorativo. I giovani, che partecipano all’attività associativa, possono infatti disporre, oltre che della cultura appresa a livello scolastico, anche del sapere professionale dei senior, così potendo confrontarsi con le nuove realtà lavorative disponendo di una marcia in più. Su questi giovani, che osserviamo con estremo piacere continuano a entrare nell’associazione, oggi si deve puntare, affinché anche loro possano trasmettere i nostri valori alle generazioni successive. Molti giovani, in particolare, dimostrano di essere sensibili agli scopi formativi, apprezzano chi parla di professionalità e continuano a vedere nell’associazione una garanzia di stabilità di lavoro. La nostra Federazione continuerà quindi a proporre ai giovani i messaggi e i propositi che le Chiavi d’Oro hanno mantenuto ben saldi nei decenni. Continuerà, in altre parole, a diffondere i valori della cultura dell’accoglienza e dell’ospitalità in tutti gli uomini, il rispetto dell’attività lavorativa, l’uguaglianza tra i colleghi, l’amicizia tra gli associati, l’aggiornamento professionale continuo e la solidarietà nei rapporti umani.

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