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Un nuovo turismo nel dopo tsunami

Di Floriana Lipparini, 4 febbraio 2005

La visione dello tsunami che uccide e che sconvolge i cosiddetti paradisi dei vacanzieri, senza fare distinzione fra turisti e indigeni, tranne che sulla nostra stampa dove i primi hanno purtroppo avuto molto più spazio dei secondi, è stata uno choc umano e culturale. La tragedia ha fatto emergere la realtà dietro la facciata: in quelle terre non soggiornano solo turisti, ma vivono intere popolazioni prive di risorse, miracolate dal relativo benessere portato dal turismo. In questo caso, purtroppo, il miracolo si è mostrato distruttivo e fragile nel medesimo tempo.
I soggetti più lucidi che operano nel mondo del turismo vanno sempre più interrogandosi sulla necessità di un nuovo e diverso approccio. Se è vero che il turismo è diventatato la maggiore attività economica a livello mondiale, e che produce una quantità di preziosi posti di lavoro da preservare e moltiplicare, è vero anche che ciò comporta una crescente assunzione di responsabilità su molteplici piani.
«Il turismo di massa sta cambiando. Spetta agli operatori recepire questo cambiamento. Il mito del paradiso esotico è tramontato: lì ci sono persone. Lo tsunami ha suscitato un terremoto in tutti i sensi facendo emergere fortissime, radicate identità – afferma Nicolò Costa, coordinatore del Corso di laurea in Scienze del turismo e comunità locale -. Nuovi luoghi ibridati dove si sperimentano nuove forme identitarie di vario tipo. Luoghi zeppi di contraddizioni come nel resto del mondo. La missione che ora tocca agli operatori turistici è la creazione di reti amichevoli, basate su scambi veri e autentici. C’è un ritorno fortissimo d’interesse verso le culture locali, e chi parte lo fa per andare in cerca del proprio sé nell’incontro con il diverso. Saranno in grado gli operatori d’interpretare questo nuovo atteggiamento?».
A Scienze del turismo questo tema è molto dibattuto e presente nella didattica. Si studiano i modi per focalizzare i punti critici e sensibili della programmazione turistica rispetto al territorio, alle risorse, alle tematiche dello sviluppo (in)sostenibile e ai rischi per l’ecosistema, si pone in evidenza la necessità di un nuovo approccio per rinnovare e trasformare vecchie metodologie di marketing e tipologie di offerta, e si analizzano modalità innovative per implementare sistemi turistici locali.
Ad ogni modo, evitando comunque il catastrofismo, non si può evitare d’interrogarsi su un punto nodale: è vero che sempre di più il turismo porta con sé una serie di problemi economici, sociali, ambientali e politici, e causa un enorme impatto sulla vita delle persone e sui luoghi in cui vivono?
«Nel turismo di massa le contraddizioni esistono – puntualizza il professor Costa. – .Tutti i big player hanno sviluppato nel Sud Est asiatico un turismo basato sulla centralità delle loro imprese invece che sulle comunità locali. Il marketing deve cambiare, tutti gli attori coinvolti devono collaborare per sviluppare proposte di turismo sostenibile non gerarchico, basato su patti territoriali con le popolazioni locali. Occorre dar vita a un turismo responsabile che tenga in equilibrio la ricerca dei piaceri e l’intellettualizzarsi del viaggio. Il turismo balneare apatico, sedentario, compensativo della fatica del lavoro, è collassato. Ora fortunatamente si vuole conoscenza, si vuole entrare dentro le culture, dentro le gastronomie, quindi per il futuro bisogna puntare sulle interdipendenze, partendo da studi e ricerche, bisogna capire le trasformazioni più che mai profonde che incidono sui programmi di marketing tattico e strategico delle imprese e degli enti pubblici, e questo è il compito dello studioso. Purtroppo, però, non esistono intellettuali che sappiano proporre nuove regole di marketing e management per un turismo sostenibile di massa. Questo è il problema, non tanto quello delle catene alberghiere che costruiscono resort, perché loro il problema del cambiamento se lo stanno ponendo».
E prosegue: «Occorre coinvolgere imprese ecomotivate, comunità locali, formatori, trasporti, beni culturali, ambiente, enogastronomia, tutti soggetti attualmente marginali sul piano della progettazione, perché non c’è un sapere costruito che favorisca buone pratiche, affinché le piccole imprese locali possano beneficiare di un ritorno da reinvestire in un’economia che non sia sempre eterodipendente. Il nuovo modello può creare nuove professioni qualificate, con un salto di livello rispetto al passato. Le comunità locali non hanno risorse culturali e sociali di lungo periodo. Invece di dare soldi per ricostruire gli stessi manufatti diamoglieli per acquisire strumenti. Ma finora nel dibattito sul Sud-Est asiatico non ho sentito parlare di finaziamenti per progetti a lungo termine».
Nella parole di Costa si legge una visione nuova, problematica, che fa sperare nell’affermarsi di un approccio responsabile al turismo sia da parte degli operatori del settore sia nell’immaginario dei viaggiatori. Tuttavia rimane un grande interrogativo: come governare il rischio di catastrofi naturali? Quanto pesa il turismo su questi rischi, o meglio, sull’entità delle conseguenze?
«Non è facile stabilire con certezza a chi si debba la maggior responsabilità dell’eccessivo impatto ambientale. Prendiamo il caso delle fasce di mangrovie lungo le coste, che hanno attutito la violenza dell’onda. In molte isole erano state distrutte e l’onda non ha trovato ostacoli. Però, chi ha distrutto le mangrovie? Gli occidentali o i locali? Occorre individuare i soggetti responsabili. Senza dubbio l’industria edilizia ha grosse colpe, perché ha cementificato migliaia di chilometri di coste in tutto il mondo, soprattutto con il mito delle seconde case. Ora però è necessario mettere a punto una governance del rischio, combattendo l’arretratezza dei big player internazionali che ragionano solo in termini aziendali anziché in termini sistemici. Dobbiamo trasferire l’organizzazione dei sistemi tecnologici di sicurezza ai paesi in via di sviluppo perché le interdipendenze planetarie sono così forti che l’approccio sistemico è l’unico in grado di applicare i principi di precauzione e prevenzione, facendo l’interesse dei turisti in quanto persone e delle imprese turistiche locali e internazionali».
Fra i drammi creati dallo tsunami, se n’è registrato uno particolarmente spinoso: giusto o sbagliato andare in vacanza adesso, nei luoghi della tragedia? Generoso o cinico da parte dei turisti? Si aiuta l’economia locale o si mostra una crudele indifferenza, standosene in un piccolo paradiso mentre a pochi chilometri si vive nell’inferno?
Secondo un sondaggio di opinioni condotto a Londra dall’Osservatorio del sociologo Chris Ryan su terrorismo/topofobia/topofilia (Ndr: dal greco, topofobia=paura dei luoghi, to-pofilia=amore dei luoghi), il Sud-Est asiatico è destinato a essere recuperato nel giro di pochi mesi, perché le risposte mostrano una convergenza fortissima sul fatto che molti turisti andranno senza senso di colpa e con forte disponibilità a contribuire all’economia locale. Un’opinione molto british. Dal resto d’Europa non si hanno notizie.

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