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Un cane può rubare un portacenere?

Di Antonio Caneva, 24 ottobre 2008

Qualche giorno orsono parlavo con il direttore di un importante albergo che mi raccontava che i clienti, anche se importanti e facoltosi, non sempre si comportano in maniera corretta. Mi citava, come esempio, quanto successo di recente: un ospite, sconosciuto, aveva rigato in maniera vistosa l’impiallacciatura dell’ascensore, che era stato necessario quindi sostituire. Mi parlava anche delle diffuse asportazioni di materiale dell’albergo (dai portacenere agli accappatoi) e di quella volta che avevano addirittura rubato un quadretto dalla camera, pur essendo soltanto una riproduzione di scarso valore. Questo non è certamente solo un fenomeno nazionale e io, per parte mia, posso fornire una testimonianza del livello di diffusione del fenomeno: quando lavoravo all’hotel Palace di Gstaad, albergo top per quanto riguarda le stazioni invernali (sono passati, ahimè, più di 40 anni da quel tempo), facendo buon viso a cattiva sorte, la direzione aveva deciso di far scrivere, sotto i deliziosi portacenere blu cobalto con logo in oro, «Rubato con il permesso della direzione».
Riflettevo su questi fatti quando mi è capitata sotto gli occhi una storiellina che un lettore aveva scritto al Corriere della Sera, che riporto fedelmente: «Un uomo ha scritto a un hotel in Irlanda per chiedere se avrebbero accettato il suo cane. Ricevette la seguente risposta: caro signore, opero negli alberghi da più di trent’anni. Fino a oggi non ho mai dovuto chiamare la polizia per cacciare un cane ubriaco nel corso della notte, nessun cane ha mai tentato di rifilarmi un assegno a vuoto e non ho mai trovato un asciugamani dell’albergo nella valigia di un cane. Quindi, il suo cane è benvenuto. Se lui garantisce, può venire anche lei».
Simpatica favoletta che illustra bene la quotidianità con cui devono confrontarsi gli albergatori, che cercano di individuare correttivi a certi fastidiosi comportamenti; ritengo però che in clima di crescente generale maleducazione (o solo superficialità) sia una battaglia persa, alla quale, inevitabilmente, assuefarsi.

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