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Storia di ristoranti e disservizi

Di Emilio De Risi, 8 febbraio 2018

Due sabati fa, nell’attesa di andare al cinema, decido di provare una piccola hamburgheria vegana lungo i bastioni di Porta Venezia, di cui avevo sentito parlare bene.
Il posto è molto piccolo e molto trendy. Il layout è di quelli ben studiati: pareti ricche di scritte create con bei font, grandi icone esplicative e cibo servito con una presentazione vintage. Tutto molto bello. Dopotutto proprio come il suo progenitore carnivoro, ormai anche l’hamburger vegano si presenta come una proposta gourmet, così da trasformare quello che una volta era una pietanza povera nell’equivalente di un plateau di ostriche.
Seduto su un alto tavolino, addento il mio hamburger. Di fianco a me una coppia si guarda negli occhi. Il momento è interrotto da un paio di clienti straniere che si lamentano: il cibo ricevuto non è il loro!
L’addetta al servizio inizia chiedere chi avesse il numero 78. Penso: «Ah, c’era un numero da seguire?». Forse mi è stato detto a bassa voce, forse ero distratto, ma non l’avevo sentito.
Mentre mi chiedo perché non mandi semplicemente un nuovo ordine in cucina, lei continua a chiedere alzando sempre più il tono: «Chi ha preso il numero 78?». Ci siamo finalmente, trovati gli autori dello scambio: è stata una coppia matura seduta vicino all’ingresso ad aver soffiato l’ordine delle due clienti straniere.
La signora si avvicina al banco, tra le mani la sua piccola cassetta di legno con dentro il panino vegano e le patate fritte.
L’addetta minuta, un tempo sorridente e gentile, adesso appare puntigliosa come una tutrice asburgica. Anche i suoi tatuaggi sembrano aver assunto un’aria severa.
A nulla serve che la signora dica di aver mostrato lo scontrino mentre ritirava l’ordine. La piccola tutrice asburgica ribatte che il loro hamburger non ha il pane verde! Le guardo e penso che anche a me non sembrano così facili da distinguere quegli hamburger.
Persino la giovane coppia innamorata di fianco a me è distratta. Ci guardiamo. La tutrice asburgica sfoggia le sue doti di problem solving e suggerisce: «Se vi va, potete scambiare gli hamburger…». Io, con il panino vegano tra le mani, riesco a dire solo: «Allucinante». Gli innamorati ridono.
In uno slancio di grinta anche l’uomo della coppia di arraffa-hamburger contribuisce: «Ormai terrei quello che ho». Finalmente la minuta tutrice asburgica molla la presa. Dopo dieci minuti di contenzioso arriva alla soluzione: mandare di nuovo l’ordine delle clienti straniere.
La signora si gira, torna con la cassetta di legno al suo posto, ma mentre è di spalle le arriva l’ultima stilettata: «Ragazzi, però la prossima volta fate più attenzione». Finora gentile, si gira come un cane feroce: «No, fai tu attenzione a quello servi!», e torna verso il suo banchetto a mangiare un panino ormai freddo. Ho controllato e non c’è traccia di recensioni negative. Forse come me la signora non ama pubblicare su TripAdvisor. Ma questo non vuol dire che non ne abbia parlato, come sto facendo io adesso.
Penso non sia necessario spiegare che ammanco crei la carenza di un buon servizio in qualsiasi tipo di ristorante. Quindi chiudo dicendo che il film visto al cinema è stato davvero molto bello.

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