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Ripensare il lusso a Venezia

Molino Stucky: nuove strategie per la domanda mice e dei viaggiatori contemporanei

Molino Stucky: nuove strategie per la domanda mice e dei viaggiatori contemporanei

Di Massimiliano Sarti, 16 maggio 2013

Vera icona del turismo italiano, Venezia è una destinazione matura che non smette mai di affascinare il mondo: una meta che sembra sfidare, con il suo appeal imperituro, qualsiasi teoria sul ciclo di vita del prodotto. Una località privilegiata dunque che, come dimostrano i suoi 20 milioni di turisti all’anno, rimane desiderata e vitale a dispetto di qualsiasi congiuntura. «Chi non vorrebbe venire a Venezia almeno una volta nella vita?», si domanda, infatti, il general manager del Molino Stucky, Alessandro Cabella. Eppure… Nonostante il suo intramontabile fascino, anche per Venezia ci sono degli eppure. A cominciare dalla stagionalità, che non copre tutto l’anno, ma lascia liberi circa tre mesi di scarsa domanda. Almeno relativa. «La città è da sempre considerata una destinazione esclusivamente leisure», argomenta ancora Cabella. «Fino a oggi pochi sono stati infatti gli sforzi per renderla una meta da grandi eventi. Eppure dotarla di una struttura tipo convention bureau le permetterebbe di presentarsi come una location mice di primo livello, che nulla avrebbe da invidiare alle più grandi capitali internazionali. Ma servirebbe anche a diversificare la proposta turistica, rendendola più flessibile e in grado di intercettare una domanda sempre più segmentata e in evoluzione».

Domanda. Un obiettivo che senz’altro riguarda da vicino anche la vostra struttura: la più capiente della città lagunare e soprattutto quella con il centro congressi più imponente…
Risposta. Siamo sicuramente consapevoli che oggi occorra lavorare molto di più sul fronte mice che su quello leisure. A cominciare dal far capire ai grandi player internazionali che a Venezia non esiste un problema di accessibilità, come alcuni erroneamente ritengono: dall’aeroporto al centro città in soli 30 minuti è un tempo di percorrenza che davvero poche città europee possono vantare.
D. Intercettare la richiesta mice può rivelarsi, però, un compito arduo, quando non si può fare affidamento su un ente di promozione ad hoc: soprattutto per la natura di questa tipologia di domanda, che per i grandi eventi si muove sempre con anticipi di svariati anni…
R. Vero, ma noi possiamo contare anche sulla forza e sull’organizzazione di un grande gruppo come Hilton, che ci consente di avvicinare agevolmente molti dei più grandi player della domanda mice italiana e internazionale. L’anno scorso, per esempio, abbiamo firmato un accordo con un’importante organizzazione industriale, che festeggerà il suo venticinquennale proprio qui al Molino Stucky, per poi celebrare i suoi successivi due convegni in altrettante, differenti, strutture del gruppo Hilton. Ma non c’è solo il mice al centro dei nostri piani…
D. A cosa state pensando?
R. A cambiare la nostra pelle, a parlare un linguaggio del lusso un po’ differente dal solito: più lifestyle e capace di rispecchiare l’eredità industriale della nostra struttura. Pensiamo, in altre parole, a un approccio all’ospitalità uplevel diverso da quello dei grandi palace della tradizione veneziana e in grado di esaltare i grandi spazi a nostra disposizione .
D. Da qui anche la recente idea di Piazzetta Nutella?
R. Il corner realizzato in collaborazione con la Ferrero è una prima mondiale e si muove senz’altro nella medesima direzione: dedicare una corte interna alle creazioni a base di Nutella dei nostri chef è un modo per vivere Venezia da una prospettiva al contempo unica e contemporanea. D’altronde la stessa storia della nostra struttura, ricavata da quello che era il mulino più grande d’Europa, si presta particolarmente bene all’accostamento. Cosa c’è di meglio, infatti, di pane e Nutella?
D. A proposito di eredità: non incontrate mai delle difficoltà a operare in un edificio originariamente pensato per altre destinazioni d’uso?
R. Qualche criticità indubbiamente c’è: il Molino Stucky è una proprietà di sei ettari, dove l’operatività quotidiana si distribuisce su ben 13 edifici differenti. Le difficoltà quindi riguardano soprattutto la logistica e la distribuzione. Ma la nostra organizzazione ci permette di farvi fronte con la flessibilità necessaria ad affrontare le singole, specifiche contingenze.
D. Venendo alla sua storia personale: nel passato lei ha lavorato in molti paesi europei. In base alla sua esperienza, ritiene che nell’attuale era della globalizzazione esistano ancora delle differenze di stile? Oppure l’arte dell’ospitalità è ormai standardizzata in tutto il Vecchio continente?
R. Le differenze, credo, esisteranno sempre. È vero che oggi tutti gli hotel di un determinato livello sono ormai equiparabili tra di loro. Ma l’ospitalità rimane pur sempre un’attività fatta da uomini e donne per altri uomini e donne: il fattore umano, la differenza di carattere, di cultura e di educazione, crea quindi quelle sfumature in grado di rendere unica ogni struttura.
D. Anche nei grandi gruppi internazionali, dove lo sforzo per il rispetto degli standard comuni è particolarmente evidente?
R. Sicuramente esistono numerosi percorsi formativi ben strutturati, che servono proprio a garantire livelli di servizi omogenei. Però c’è una cosa che non si potrà mai insegnare: l’attitudine.
D. E le risorse umane italiane, da questo punto di vista, come le valuta?
R. Come quelle di tutte le altre nazioni: c’è del buono e del meno buono. Sta a noi fare delle selezioni efficaci e riuscire a tirar fuori il meglio da ogni membro del team. Se devo fare una critica, però, dopo i tanti anni trascorsi all’estero, direi che noi italiani pecchiamo un po’ di presunzione.
D. A cosa si riferisce, precisamente?
R. Alla quasi atavica convinzione che il nostro vasto patrimonio culturale possa, da solo, risolvere ogni problema del turismo. Se non ci muoviamo a valorizzarlo e a mantenerlo, potremmo presto risvegliarci dai nostri sogni. E lo dico pur essendo fermamente convinto che il turismo sia una delle soluzioni a nostra disposizione per uscire dall’attuale impasse economica. Bisogna solo crederci davvero. Altri d’altronde lo fanno già: basti pensare a quanto vi hanno investito a Dubai, per diminuire la dipendenza delle proprie fortune dalle sorti del petrolio. E lì hanno davvero dovuto costruire dal nulla.
D. Per concludere, «cosa vorrebbe fare da grande»?
R. Semplice: continuare a svolgere il mio lavoro come ho sempre fatto.

Chi è Alessandro Cabella

Con un’esperienza ultraquindicinale alle proprio spalle, Alessandro Cabella è entrato a far parte del gruppo Hilton Worldwide nel 2006, come general manager del portoghese Hilton Vilamoura. Sotto la sua guida, la struttura si è aggiudicato diversi premi World Travel Awards: nel 2011 come Portugal’s best resort hotel, nel 2010 come Portugal’s best golf resort hotel e nel 2009 come Portugal’s leading hotel. Prima di approdare al Molino Stucky, Cabella si è poi occupato dell’apertura del Conrad Algarve Resort. Vanta, inoltre, esperienze in hotel di lusso in Francia, Italia, Portogallo e a Monte Carlo.

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