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Riflettiamo sull’attualità

Di Antonio Caneva, 29 agosto 2013

Prima delle vacanze ho ricevuto la newsletter di Società Libera, un’associazione di cultura liberale, non partitica (www.societàlibera.org) che veicolava un interessante intervento dell´economista Giorgio Ragazzi, sull’attuale situazione del nostro paese, e, pur non parlando espressamente di turismo, desidero riproporvelo, per una riflessione che riguarda tutti.

Un inquietante parallelismo
L’Unione Sovietica è crollata perché la sua leadership aveva perso prestigio e credibilità e, soprattutto, perché era divenuta troppo palese l’inefficienza del suo sistema economico, incapace di metabolizzare il progresso tecnico e di generare nuovo benessere. Il crollo è stato improvviso ma a causarlo sono state mancate riforme e politiche errate accumulate nel corso di decenni.
In Italia si governa per annunci, annunci di riforme che non si riescono poi ad attuare se non in minima parte, vedasi l’esperienza del governo Monti. Abolizione delle Province, riforma della legge elettorale, riduzione del numero dei parlamentari, accorpamento dei tribunali minori, semplificazione burocratica, pagamento dei debiti verso i fornitori della pubblica amministrazione.
Sentiamo continui sproloqui sulla crescita, il lavoro dei giovani e delle donne, ma quel poco che fanno in concreto sembra andare nella direzione opposta. Tra i fattori che pesano di più negativamente c’è la difficoltà di far rispettare i contratti, per la quale siamo al centosessantesimo posto. È mai possibile che non si riesca a far funzionare la giustizia civile, riforma che certo non comporterebbe grandi costi per lo Stato? Altro fattore negativo è il «pagare le tasse», per il quale siamo al centotrentunesimo posto, e questo non solo o non tanto per il carico delle imposte in sé, quanto per gli innumerevoli adempimenti imposti ai contribuenti, per i quali la Banca mondiale stima che una piccola impresa debba dedicare 269 ore l’anno contro le 176 della media Ocse.
La nostra classe dirigente è maestra nell’imporre asfissianti normative burocratiche senza alcuna valutazione dei relativi costi per imprese e cittadini, e anche questo è uno dei fattori che riduce la competitività del sistema. Anche il governo Monti, nonostante tanti annunci, ha fatto la sua parte nell’accrescere ulteriormente il dedalo normativo, peggiorando anche la flessibilità nel mercato del lavoro, dove non si riesce a mettere ordine negli ammortizzatori sociali e si ingessano imprese e interi settori con la cassa integrazione. Il federalismo introdotto con una riforma costituzionale attuata in tutta fretta per contingenti motivi elettorali ha peggiorato ulteriormente la giungla normativa e le occasioni di corruzione.
Ora è di moda aspettarsi che sia l’Europa a risolvere i nostri problemi occupazionali e si fa un gran parlare dei benefici che ci deriverebbero dalla conclusione della procedura per deficit eccessivo: ancora un esempio della pochezza e provincialismo della nostra classe politica che sembra dimenticare che ogni maggior spesa pubblica, quand’anche gentilmente permessa dall’Europa, dovrà essere finanziata con debito pubblico che dovremo noi collocare e poi magari anche rimborsare. Rinviata l’abolizione dell’Imu sulla prima casa, il governo ha promesso la revisione di tutta la fiscalità del settore entro la fine di agosto senza minimamente indicarne i criteri ispiratori (forse non lo sanno neppure loro), infilandosi così in una trappola da cui non è chiaro come e se uscirà indenne.
Il parallelismo con l’Unione Sovietica induce a ritenere che il nostro assetto istituzionale corra seri rischi di arrivare a fine corsa, magari in modo improvviso per fattori scatenanti oggi non prevedibili: referendum e uscita dall’euro, manifestazioni violente, chissà. Forse resta ancora la speranza che i grandi attori della politica italiana degli ultimi decenni per qualche motivo (naturale) spariscano dalla scena e vi sia un ricambio radicale nella classe dirigente.

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