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Raggiungere la Luna a Marrakech

Di Massimiliano Sarti, 12 marzo 2010

«Il golfista? È un cliente molto particolare: esigente, sempre alla ricerca del meglio, si sveglia presto alla mattina e pretende un caddy all’altezza, capace di guidarlo con competenza sul green. Ma è anche un ospite che vuole rilassarsi nella spa dopo una giornata passata sui campi, che ama bere e mangiare bene e a cui, nonostante le abitudini mattutine, piace pure divertirsi fino a tarda sera. Riuscire ad accontentarlo, però, significa conquistare un cliente dalle considerevoli disponibilità economiche e piuttosto propenso a tornare nei posti dove si è trovato bene: un repeater naturale, insomma». Così descrive il target dei viaggiatori appassionati di golf Aurelio Giraudo, nuovo area general manager del gruppo Palmeraie hotels & resorts: la compagnia marocchina punta, infatti, molto su tale nicchia di mercato, grazie al suo vasto complesso alberghiero di Marrakech dotato di un prestigioso green a 27 buche. «I golfisti», riprende lo stesso Giraudo, «sono costantemente alla ricerca di location lussuose con un clima favorevole per tutto l’anno. Soprattutto d’inverno, quando in Europa il tempo è meno clemente che da queste parti, noi rappresentiamo così una ghiotta opportunità per chiunque voglia coltivare la propria passione sportiva anche nei mesi più freddi».
Domanda. Cosa l’ha convinta a scegliere il Marocco, dopo tanti anni di carriera trascorsi a dirigere strutture in Oriente?
Risposta. Volevo avvicinarmi all’Italia. Così, quando mi hanno offerto l’opportunità di gestire un complesso di quasi 4 mila camere, ho pensato che fosse l’occasione giusta per fare una nuova esperienza importante a sole due ore e mezzo di volo dalla Penisola.
D. E quali differenze ha riscontrato tra l’hôtellerie asiatica e quella nordafricana?
R. Le fondamenta dell’ospitalità del lusso sono uguali un po’ dappertutto. La differenza sta nel modo in cui viene presentato il prodotto. In Marocco, come in tutti i paesi non asiatici, manca forse un po’ della proverbiale gentilezza degli orientali, ma il servizio è pur sempre cordiale, efficiente e veloce.
D. Si trova facilmente personale di qualità?
R. A livello base sì. Quello che è difficile, in un paese a sviluppo turistico relativamente recente come il Marocco, è trovare il middle management: i capi reparto, insomma. Soprattutto negli ultimi tempi, da quando cioè gli imprenditori locali hanno scoperto la grande redditività delle formule boutique hotel e riad. Solo a Marrakech, nei prossimi mesi, dovrebbero aprire ben 15 nuove strutture di questo tipo. E la mancanza di capi reparto si fa sentire. Tanto che il prezzo per riuscire a ottenere i migliori tra loro sta sensibilmente lievitando, in quella che può essere considerata una vera e propria guerra dei talenti.
D. Guidare un complesso da ben quattro strutture, un centro congressi da 3 mila posti, una spa di 4 mila metri quadrati e 15 ristoranti, come quello che dirige a Marrakech, è una sfida importante. Come la si affronta?
R. Affidandosi, appunto, a collaboratori all’altezza, a cui poter delegare parte delle responsabilità. Il resto è soprattutto una questione di organizzazione e di capacità di sfruttare al meglio il ventaglio di offerte a disposizione. Nella ristorazione, per esempio, abbiamo proposte che spaziano dalla cucina marocchina a quella francese e italiana, ma anche take away e ristoranti aperti pure di notte.
D. Tutti capaci di generare revenue?
R. Presi singolarmente ci possono essere delle differenza di resa. Ma noi cerchiamo di mantenere uno sguardo complessivo sull’offerta f&b. C’è un piano di budget organico con precisi obiettivi da raggiungere per tutto il comparto. L’importante è riuscire a rispettarli, garantendo al contempo ai nostri ospiti il più ampio ventaglio di prodotti f&b possibile. Che poi è sicuramente uno dei nostri punti di forza principali.
D. Chi frequenta il vostro complesso?
R. Soprattutto i francesi, che rappresentano attorno al 35% del nostro mercato. Poi abbiamo anche una folta clientela locale (circa il 30%) e, a seguire, un buon numero di italiani, tedeschi e scandinavi.
D. E per il prossimo futuro? Quali sono i vostri obiettivi commerciali?
R. Vorremmo espanderci in alcuni mercati emergenti, come quelli dell’Est Europa: in particolare in Russia, dove sta crescendo la domanda di turismo golfistico. Poi intendiamo rosicchiare quote di mercato ai nostri competitor in tutto il Mediterraneo, che sta diventando la meta eletta per molti golfisti del Vecchio continente alla ricerca di luoghi caldi dove giocare d’inverno.
D. Nella gestione delle strategie e dell’operatività quotidiana, infine, come sono i rapporti con la proprietà?
R. Come con qualsiasi investitore molto attento al destino dei propri capitali, ma ancora relativamente poco esperto di hôtellerie. Nel mio caso, in particolare, si tratta di una famiglia di imprenditori locali, con interessi prevalenti nel settore immobiliare. Ci vuole un po’ di diplomazia per far capire loro quali siano le mosse giuste da fare. A volte, infatti, le loro idee si dimostrano un po’ troppo ambiziose: vorrebbero raggiungere la Luna, ma, per farlo, occorre disporre di un aeromobile adatto. E per costruirlo ci vuole tempo. Devo dire, però, che sono ben disposti al confronto e, una volta dimostrate loro le evidenze, si dimostrano sempre molto ragionevoli e pronti ad accettare i consigli.

Chi è Aurelio Giraudo

Dopo aver conseguito un master of art in hotel administration presso l’università di Shelbourne, a Dublino, ha iniziato la propria carriera lavorando presso alcune tra le più rinomate strutture europee, come il Savoy di Londra e il George V di Parigi, per poi approdare in Oriente durante le Olimpiadi di Seoul del 1988. Da quel momento in avanti, Giraudo ha lavorato in varie strutture, soprattutto in Est Asia e in Medio Oriente, in qualità di maître, di food and beverage manager, di resident manager e, infine, di general manager. Il suo ultimo incarico, prima di approdare a Marrakech, è stato quello di direttore del SwissÔtel Nai Lert Park Bangkok. «Il mio sogno nel cassetto», spiega lo stesso Giraudo, «è però quello di tornare in Italia. Soprattutto per la mia famiglia, e in particolare per mio figlio, a cui mi piacerebbe molto far vivere un po’ di anni nel nostro paese».

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