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Quando l’ospitalità è nel sangue

La nuova esperienza meneghina del general manager del Grand Hotel et de Milan, Federico Versari

La nuova esperienza meneghina del general manager del Grand Hotel et de Milan, Federico Versari

Di Massimiliano Sarti, 29 settembre 2016

Discendente da due generazioni di direttori d’albergo, Federico Versari è un vero figlio d’arte, nato e cresciuto nelle atmosfere luccicanti dell’ospitalità di alto livello italiana. Dallo scorso febbraio lo troviamo al timone di un’istituzione dell’ospitalità meneghina come il Grand Hotel et de Milan: oltre un secolo e mezzo di storia dell’accoglienza 5 stelle a pochi passi dal quartiere finanziario della città, dal teatro alla Scala, dal quadrilatero della moda e dal Duomo. «Dopo tanti anni in strutture leisure come il pugliese Borgo Egnazia, il siciliano Verdura e il Ramazzino in Costa Smeralda, arrivare qui a Milano è stato per me come un tuffo nel passato: stesse atmosfere di quando lavoravo in un altro Grand Hotel, quello di Roma. Ci sono entrato già prima che diventasse St. Regis. Allora ero davvero molto giovane e alla sua guida, ricordo, c’era ancora mio padre…».

Domanda. Come ci si sente a essere figli d’arte?
Risposta. C’è sicuramente il vantaggio di vivere l’ospitalità come un fatto assolutamente naturale. D’altra parte, però, quando si comincia a crescere non è facile. Il mondo dell’hôtellerie, in fondo, è abbastanza piccolo. A lungo sono stato considerato da molti come il “Versarino”: se facevo qualcosa di buono tutti automaticamente pensavano che fosse merito di mio padre (e in effetti oggi mi rendo conto che il merito era davvero tutto suo…)

D. Non si corre pure il rischio di rimanere, per meri motivi affettivi, ancorati a idee troppo tradizionali della professione?
R. Probabilmente sì. Ma io ho avuto la ventura di iniziare la mia carriera in un’epoca di grandi cambiamenti: la Ciga, che aveva insegnato l’ospitalità del lusso a tutto il mondo, stava per scomparire; e con lei se ne stavano andando i punti di riferimento della generazione di mio padre. E persino di quella di mio nonno, che 70 anni fa era direttore dell’Excelsior di Firenze. I primi anni ho avuto inoltre la fortuna di girare mezzo mondo, avendo così l’opportunità di entrare in contatto e di conoscere molte culture differenti. Tutte esperienze che mi hanno dato un’apertura mentale decisiva: una propensione al nuovo che, unita alla mia conoscenza della tradizione, credo mi abbia molto aiutato nel prosieguo del percorso professionale.

D. Che effetto le sta facendo Milano?
R. Per me è la prima volta qui. E devo dire che, grazie anche a Expo, sto trovando una città in grande fermento: non più meta esclusivamente corporate, è oggi una destinazione entrata a pieno diritto sulla mappa della domanda turistica internazionale. In Italia, inoltre, una certa rinnovata fama di efficienza le sta dando in questo periodo un piccolo vantaggio competitivo su Roma, che invece sta attraversando le difficoltà che tutti conosciamo. Ma la grande novità è sicuramente rappresentata dal cliente bleisure: dall’ospite cioè che unisce le esigenze di lavoro a quelle di piacere in un unico contesto di viaggio.

D. In effetti è una tendenza di cui oggi si fa un gran parlare. Una recente ricerca di Carlson Wagonlit Travel ne ha però un po’ smussato la rilevanza, sostenendo che il fenomeno non è poi così tanto cresciuto negli ultimi cinque anni. Per di più i travel manager italiani paiono più preoccupati dal contenimento dei costi, piuttosto che dal regalare ai propri colleghi qualche giorno di soggiorno in più…
R. Tutto vero. Probabilmente il fenomeno è stato sopravvalutato nei segmenti dai 4 stelle in giù. Ma in contesti lusso la cosa è diversa.

D. Chi alloggia da voi, in effetti, solitamente non ha grandi problemi di budget.
R. Proprio così. E poi a confermare quanto sto dicendo, parlano direttamente i nostri numeri: se fino a poco tempo fa da noi l’occupazione nei fine settimana era sotto al 50%, ora arriviamo anche all’85%-90%. Tanto che ho dovuto persino ritarare l’organizzazione dei turni e aumentare lo staff di circa il 10%, per far fronte alle inedite esigenze dei weekend.

D. Il Grand Hotel et de Milan è ormai una delle poche strutture coerentemente indipendenti. Come ci riuscite in un mercato che si fa sempre più competitivo?
R. Onestamente è dura. Ma credo che la nostra offerta sia oggi perfettamente in linea con quello che cerca un determinato tipo di viaggiatori: una proposta legata alla tradizione, in grado di trasmettere il senso della destinazione; emozioni vere legate alla città di Milano, che solo da noi è possibile trovare.

D. Qual è il vostro ospite tipo?
R. È quanto più lontano ci possa essere dal mercato di massa. Si può dire che li andiamo a cercare uno per uno, grazie anche alla nostra rete di relazioni e alle conoscenze costruite in tanti anni di attività. Un network tanto solido e strutturato da consentirci spesso di raggiungere clientele appartenenti a circuiti di distribuzione esclusivi, di cui non facciamo neppure parte. E poi fortunatamente possiamo contare su molti ospiti fidelizzati, che ci conoscono e tornano volentieri da noi.

D. Da dove provengono solitamente?
R. Si può dire da tutto il mondo. Ultimamente, in particolare, stanno crescendo tantissimo i cinesi. Tanto che per il breakfast abbiamo persino approntato un corner dedicato all’Asia. D’altronde al nostro livello tutto deve essere estremamente personalizzato. Lo sforzo in tale direzione è tale, che con i clienti nuovi diventiamo un po’ tutti degli investigatori privati per scoprirne gusti ed esigenze ancora prima del loro arrivo.

D. C’è molta differenza a seconda del mercato di provenienza?
R. Direi di no. Per molte cose l’élite mondiale ha caratteristiche molto simili. Però certo qualche dettaglio, come le amenities in camera, varia a seconda delle nazionalità.

D. Qualche esempio?
R. Ogni ospite ha naturalmente i propri gusti. Però posso dire che spesso gli australiani amano trovare in stanza un drink di benvenuto, mentre gli arabi, che frequentemente viaggiano con la famiglia al seguito, preferiscono un frigobar senza alcolici. Apprezzano tuttavia la presenza di piccoli giocattoli per i bambini e dolci per le signore, così come fa loro piacere avere a disposizione un Corano e il tappeto per la preghiera già orientato correttamente. Per i cinesi, infine, oltre al corner dedicato a colazione, in camera prepariamo quasi sempre la traduzione dei menu ristorante e room service, nonché un bollitore per il tè, rigorosamente Jasmine.

D. Un’ultima battuta sulla fusione del secolo: avrà qualche effetto, a suo parere, il merger Starwood-Marriott sul mercato italiano, e milanese in particolare?
R. Per il comparto del lusso credo proprio di no. Diverso il discorso invece per il segmento 4 stelle, in cui la potenza di fuoco della nuova realtà sarà davvero impressionante a livello globale e sicuramente eserciterà un forte appeal, soprattutto su travel manager e organizzatori di viaggi corporate.

Una breve biografia

La carriera di Federico Versari inizia al Grand Hotel di Roma nel 1987, a cui segue qualche tempo dopo un impiego al Westin Excelsior, sempre nella città capitolina. Il suo percorso professionale continua quindi all’Hyde Park di Londra, nonché al Le Bristol di Parigi e successivamente in Australia. Dopo un primo rientro in Italia, ancora a Roma alla fine del 1999 per il rebranding del Grand Hotel in St. Regis, si trasferisce negli Usa per seguire la riapertura del St. Regis Aspen. Come ultimo incarico precedente al proprio arrivo a Milano, Versari riveste infine in Puglia il duplice ruolo di hotel manager del Borgo Egnazia, nonché di general manager della Masseria San Domenico e del San Domenico Golf.

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