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Professione portiere d’albergo

A colloquio con Giovanni Valenti, chief concierge fiorentino del Mandarin Oriental Honk Kong

A colloquio con Giovanni Valenti, chief concierge fiorentino del Mandarin Oriental Honk Kong

Di Massimiliano Sarti, 22 novembre 2012

Un confidente, una fonte inesauribile di informazioni, ma soprattutto una figura in grado ogni volta di anticipare le esigenze degli ospiti. Da 33 anni al Mandarin Oriental Honk Kong, il fiorentino Giovanni Valenti è il chief concierge dell’albergo e probabilmente il viso più conosciuto della sua affollata lobby. «La hall è il mio territorio. Qui mi sento come un imperatore», dice di sé con orgoglio, ma soprattutto con tanto amore per il proprio lavoro: «Sono convinto che noi concierge rappresentiamo la vera anima di ogni hotel. In fondo, siamo spesso la prima persona con cui gli ospiti entrano in contatto quando arrivano e l’ultima che salutano alla partenza». Responsabile di un team di 72 persone e di una flotta aziendale da 21 automobili, Valenti spiega che uno dei piaceri di lavorare in una struttura come il Mandarin Oriental Honk Kong è quello di avere la possibilità di incontrare persone provenienti da ogni angolo del mondo. «Tra consigli sui ristoranti migliori dove andare a mangiare, suggerimenti sulle boutique più glamour della città e soluzioni per le esigenze di ciascuno, la vita qui non è mai monotona, ma sempre varia e ricca di sfide. Ed è proprio ciò che mi piace di questo mestiere».

Domanda. A proposito: quali sono le richieste più strampalate che abbia mai ricevuto?
Risposta. Sicuramente quella dell’orsacchiotto gigante: un peluche ad altezza umana con un mazzo di 100 rose gialle che un uomo d’affari voleva regalare alla propria moglie, perché costretto a partire improvvisamente per un impegno dell’ultimo minuto. Ma tra le richieste più complesse da soddisfare ci sono anche quelle che riguardano pranzi, cene o biglietti al di fuori della stessa città di Honk Kong.

D. Per esempio?
R. Non è affatto infrequente che mi chiedano di prenotare ristoranti a Parigi o di acquistare biglietti per La Scala di Milano. Uno degli episodi più curiosi, in particolare, riguarda uno dei nostri ospiti abituali, qui al Mandarin Oriental Honk Kong, che una volta mi chiamò al telefono da uno yacht al largo della costa ligure: stava per ormeggiare a Portofino e voleva mangiare in un ristorante particolare, che però non aveva più tavoli liberi. Per fortuna conoscevo personalmente il restaurant manager del locale: quando il nostro ospite arrivò finalmente a Portofino non solo trovò una splendida tavola apparecchiata sulla terrazza, ma anche una bottiglia di champagne offerta dal sottoscritto.

D. Un esempio che credo spieghi, più di tanti concetti astratti, la vera essenza del mestiere di concierge. In tanti anni di professione, non trova però che il ruolo sia cambiato?
R. No, non credo. Non molto, almeno. Oggi come ieri è ancora importante che il portiere d’albergo sia una persona speciale, in grado di conoscere ogni angolo della propria città, di avere magari anche qualche contatto altrove e soprattutto di capire i bisogni della gente.

D. Eppure l’avvento del web ha rivoluzionato il mondo dell’hôtellerie. Non è che oggi anche la figura del concierge ha perso un po’ di lustro? In fondo, le informazioni, che una volta poteva avere solo il portiere d’albergo, sono ormai alla portata di tutti: basta un click su un motore di ricerca…
R. Certo, Internet è uno strumento utile. Onestamente, a volte, anche per noi. Un vero portiere d’albergo, però, può offrire molto di più di un motore di ricerca: non solo conosce i posti di persona ma probabilmente pure chi li gestisce. Un computer, inoltre, non sarà mai in grado di sostituire quel sorriso e quell’accoglienza affabile e calorosa che fanno sentire l’ospite come a casa propria, circondato da persone sinceramente impegnate a prendersi cura di lui. Il portiere d’albergo, in altre parole, continua ad avere, e reputo avrà sempre, un ruolo speciale.

D. Cosa si sentirebbe, perciò, di consigliare a un giovane che volesse approcciare la carriera di concierge?
R. Le nuove generazioni devono prima di tutto imparare che i soldi, in questa professione, non sono tutto. Ma è anche importante che non si dimentichino mai di un vecchio adagio sempre valido: nulla viene per nulla. Impegno, passione, amore per il proprio lavoro sono fattori che prima o poi portano i loro frutti e ripagano tutti gli sforzi di chi si impegna duramente.

D. E per quanto riguarda lei personalmente? Non le manca l’Italia?
R. Vivo a Honk Kong da 34 anni: ormai è diventata la mia casa. Molti dei miei colleghi lavorano con me da parecchio tempo: sono tutti cinesi, eppure ogni mattina mi salutano con un “buon giorno” nella nostra lingua. E questo è davvero magnifico.

D. Una sorta di ponte culturale tra Est e Ovest. Qual è allora la differenza tra lavorare in Estremo Oriente e in Italia o, in generale, in Europa?
R. L’unica diversità sta nel fatto che qui non si guarda mai l’orologio: la giornata finisce solo quando gli ospiti sono felici.

D. Per concludere, cosa vorrebbe fare da grande?
R. Continuare a lavorare, per quanto più è possibile, come concierge. Poi andare in pensione qui a Honk Kong o magari a Firenze, dove sono nato. Perché, nel profondo, mi sento ancora italiano.

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