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Più facilitatore che destiny maker

Altro che potere sul destino delle persone: il giudizio sui candidati si basa esclusivamente su analisi e studio

Altro che potere sul destino delle persone: il giudizio sui candidati si basa esclusivamente su analisi e stu

Di Mary Rinaldi, 7 aprile 2016

Rispetto alla professione che svolgo, talvolta mi sento dire: «Hai in mano il destino di tanta gente». Non sono d’accordo. Mi considero un facilitatore più che un destiny maker; nell’analizzare un percorso professionale, e considerare l’inserimento di un candidato in un processo di selezione con l’obiettivo di presentarlo a chi mi ha commissionato la ricerca, di solito sono chiamata a valutare elementi che hanno forti componenti oggettive e sui quali, vivaddio, è possibile tenere a bada l’insidia della soggettività. Solitamente un candidato porta con sé un bagaglio corredato di quattro insiemi:

I talenti – Ossia le attitudini. O ce le hai o non ce le hai. Il resto della vita servirà ad affinarle o a integrarle, ma non più di tanto. È l’accesso facilitato alla matematica, alle lingue, alla relazione interpersonale, alla vendita, a una disciplina sportiva. È ciò che faceva dire alle nostre nonne: «Chi nasce tondo non muore quadro».
Gli interessi – Perché sviluppiamo un amore per il jazz invece che per il rock? Una passione per il tennis invece che per il calcio? Un’attrazione per un lavoro piuttosto che per un altro? Restringiamo la visuale e, a titolo esemplificativo, prendiamo in esame ciò che è in cima ai nostri, per l’appunto, interessi: il turismo e l’ospitalità. Perché divento chef e non maître? O un front office manager e non un impiegato back office? O un sales manager e non un revenue manager? È tutto veramente avvenuto per caso? All’inizio, in qualche circostanza, forse sì. Ma se si persevera… Ecco, lì è in atto una scelta. Ognuno analizzi se stesso. E comunque, caso o non caso, scelta o non scelta, talune cose ci interessano e tal altre no. Punto.
Le competenze – Tutto ciò che apprendiamo, sia in termini professionali sia come bagaglio personale in genere, studiando e lavorando, va a costituire il nostro saper fare. È un aspetto meno complesso degli altri da esaminare, c’è poco da barare: il livello di possesso di una lingua, la conoscenza della contabilità, l’utilizzo di un gestionale specifico. Non si può mentire: ci vuole poco per essere smascherati.
La motivazione: ad andare in un’azienda oppure no; a ricoprire un ruolo oppure no; a trasferirsi in una città oppure no; a una retribuzione proposta oppure no… L’elenco può continuare: ogni nostra azione presuppone un motivo. O un non motivo per non fare, non andare, non scegliere.
Il fascino del mio lavoro sta proprio nell’analizzare come tutti questi aspetti si miscelino tra loro, dando vita a una serie pressoché infinita di combinazioni. Puoi avere l’attitudine allo sci ma non l’interesse a praticarlo. Un classico: «Suo figlio potrebbe essere un campione, se solo si applicasse». Peccato che ami il mare e che non sappia che farsene del talento sci. Troppo banale fare l’esempio della scuola: «È intelligente ma non si applica. Potrebbe fare di più». O la possiamo buttare sul religioso: si prospetta la possibilità che un giorno tu debba dover spiegare a Qualcuno perché non hai speso i talenti assegnati. O possiamo anche strepitare sul senso di ingiustizia sociale: chi ha il pane non ha i denti. Purtroppo quasi sempre inutilmente.
È vero anche il contrario: si può avere interesse e motivazione al canto, studi compiuti, budget da investire e cosi via; ma in mancanza del talento non si va molto lontano. Ancora: posso avere l’attitudine alla vendita, l’interesse a svolgere la mia attività nel mondo alberghiero, le competenze mature al punto giusto, ma non sono interessato a lavorare per il tale gruppo e avrò pure i mie motivi.
Su questi presupposti le persone prendono corpo e si differenziano tra loro. Fattori quali la fortuna, il caso, la simpatia, la raccomandazione possono certo avere la loro importanza ma non sono determinanti. È bene che lo si sappia.
L’head hunter è colui, o colei, che incrocia con perizia tutti questi aspetti e mette l’azienda cliente nelle condizioni di scegliere il migliore da collocare in una posizione. È questo il livello di responsabilità: l’analisi e lo studio della persona. Altro che il potere sul suo destino!
Canta Alfio nella Cavalleria Rusticana: «O che bel mestiere fare il carrettiere!». Io non canto e, ahimè, non sono mai salita nemmeno su un carrettino. Ma come Alfio faccio il lavoro che mi piace.

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