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Ospitalità: cosa andrebbe rottamato?

Di Antonio Caneva, 8 novembre 2012

Sono sempre preoccupato quando le istituzioni si accorgono del turismo: da lì spesso scaturiscono mostri come le recenti storie insegnano. È sufficiente pensare alle leggi in deroga per gli alberghi dei Mondiali ’90, o alla reintroduzione del ministero del Turismo, affidato a Michela Brambilla, con la presidenza dell’Enit a Matteo Marzotto, in questi giorni agli onori della cronaca per ben altre motivi. Non dimentichiamo poi la tassa di soggiorno, considerata di scopo, attorno alle cui spoglie si aggirano falchi per la definizione dell’uso dei proventi: in un recente convegno si suggeriva a Milano l’utilizzo dei ricavi per la manutenzione del Duomo, con la motivazione che i turisti vengono a Milano anche per il Duomo. E allora, perché non devolvere le somme all’Amsa (Azienda milanese servizi ambientali)? Anche questa, mantenendo la città pulita, contribuisce al turismo! Brividi. Ora l’attuale ministro, Piero Gnudi, grazie a una corposa consulenza di Boston Consulting dal costo di 35 mila euro, che definisce quasi gratuita (perché poi l’avranno fatta, senza alcun guadagno?), sottolinea che 34 mila esercizi alberghieri sono troppi, molti di essi troppo vecchi e troppo piccoli, e ne suggerisce la rottamazione. Spesso i provvedimenti proposti su varie tematiche partono da un’idea in cui si trova una certa condivisione, la quale però, al momento dell’approvazione finale, è completamente stravolta. E anche in questo caso c’è un rischio. Per esempio, tanti alberghi in zone di pregio sono oggetto di attenzione da parte di investitori immobiliari che non chiederebbero niente di meglio che poter trasformare strutture storiche, piene di fascino, in condomini di lusso; facendo perdere alla zona la propria identità. Ho trovato condivisibile l’intervento del presidente Assoturismo Confesercenti, Claudio Albonetti: «…Meglio ragionare sulla qualità e non sulle dimensioni. Sulla qualità il ministro sfonda una porta aperta, ma l’idea di rottamare gli hotel in base a criteri dimensionali e non qualitativi ci lascia invece basiti. Non riteniamo che questa sia una scelta che spetti al governo, quanto piuttosto al mercato. Inoltre, ci preme sottolineare il fondamentale valore della rete dei piccoli alberghi, che è funzionale alla vocazione turistica italiana, che si estende a tutto il territorio, ed è in grado di intercettare tutti i turismi, non solo quelli d’élite. Non si possono costruire giganti della ricezione in ogni angolo d’Italia: sarebbe antieconomico e un grave danno per il nostro splendido paese. Se l’obiettivo è il rinnovamento della rete alberghiera italiana, lo Stato ci aiuti piuttosto a reperire le risorse necessarie che, in questo clima di crisi, non possono certo essere messe in campo dalle sole imprese. Sarebbe un intervento, questo, cui non potremmo che plaudire».
Abbiamo postato nella nostra pagina su Facebook www.facebook.com/turismolavoro (godiamo dell’attenzione di 25.931 amici) un quesito riguardo alla possibile rottamazione degli alberghi e, tra i vari commenti, ho trovato quello di Enrico Z, interessante e vagamente romantico, e desidero condividerla con i lettori: «Questo potrebbe voler dire uccidere le piccole imprese a conduzione familiare, favorendo i grandi gruppi alberghieri, e dando sicuramente avvio a una serie di speculazioni immobiliari. Inoltre potrebbe voler dire svuotare alcuni territori della propria capacità ricettiva, sebbene ridotta (penso a piccole valli alpine e appenniniche, dove esistono uno-due alberghetti da una dozzina di posti letto ciascuno). Ok per il rinnovo-svecchiamento di alcune strutture, ma non in maniera assoluta: esistono piccole realtà con una storia sulle spalle (esistono magari da 5-6 generazioni e vantano un´apertura che supera il secolo). In questi casi l´aspetto "vetusto" può essere proprio il punto di forza della struttura. E inoltre ne rappresenta il legame culturale con il luogo in cui si trova».

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