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Millennial: nun te reggae più

Di Emilio De Risi, 30 giugno 2016

Post, tweet e retweet, articoli e interviste. Tutti a dirci cosa vogliono i millennial. Vi dico la mia: sentir parlare di millennial non lo reggo più. Lo spunto mi è arrivato proprio da un articolo ospitato recentemente sul nostro giornale.
Una delle basi del marketing è la segmentazione: dividere in cluster; incasellare le persone in categorie. Però un conto è delineare dei profili all’interno dei quali si muovono dei gruppi, altro è far sembrare che millennial e zed generation siano venusiani con quattro braccia e due teste.
Quando si parla di ospitalità esistono delle categorie con oggettive necessità culturali o religiose. Sappiamo tutti che, per accogliere al meglio una persona di religione ebraica o di origine cinese, sono necessari degli accorgimenti. Ma dover asfissiare con articoli su come accogliere i trentenni, che fa meno “marketing” che dire millennial, mi pare troppo.
Vogliono il wifi più di altri, apprezzano una lobby più viva e con spazi meno rigidi, necessitano di una presa per la corrente vicina al comodino per caricare più facilmente lo smartphone. Per il resto sono esseri umani e come tali non ricadono in un’unica categoria: sono un delizioso bouquet di piccole sfaccettature. E questo vale per tutte le categorie che tanto affannosamente chi fa ospitalità continua a inseguire: donne, sportivi, lgbt o millennial. Una volta esaudite le principali esigenze che ogni categoria ha, ci troviamo di fronte a delle persone con le loro unicità. Il resto è rumore…
Quando mi muovo per lavoro e divento un viaggiatore business, ho alcuni bisogni diversi rispetto a quando viaggio per piacere. Però detesto l’idea che in quanto business traveller l’hotel pensi che la mie uniche necessità siano un letto comodo e quella di raggiungere facilmente il luogo del mio meeting.
Ma alla fine dei conti non fateci caso: è solo lo sfogo di un esponente della generazione X, che pare sia una delle più sfigate della storia!

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