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Meglio essere ottimisti o pessimisti?

Di Antonio Caneva, 5 giugno 2009

Lo scorso autunno ho partecipato a un convegno in cui uno dei relatori, docente all’Università Bocconi, aveva esordito con «non voglio sentire parlare di crisi», quasi si trattasse di un episodio marginale, che si sarebbe risolto da solo. Ora, circa un anno dopo, sappiamo che non era così; la crisi perdura e le uniche variabili consistono nella consistenza della stessa e nella sua durata.
Damiano De Crescenzo, direttore dell’Enterprise hotel di Milano, negli scorsi giorni ha organizzato al Four Seasons un incontro tra operatori dell’ospitalità per parlare di questa tematica. La sala era affollata (a riprova della sensibilità a questo argomento) e si è tentato di definire una strategia per superare il momento; come al solito c’è chi vede come migliore strategia un taglio secco dei costi e dei prezzi di vendita e chi invece ritiene indispensabile mantenere i prezzi di vendita (questo almeno a parole) sforzandosi di offrire alla clientela un prodotto migliore.
L’intervento di maggior interesse è comunque stato quello del professor Giampaolo Azzoni, dell’Università degli studi di Pavia, il quale ha evidenziato che la crisi non è un evento isolato ma l’intensificarsi di un processo di innovazione che mette in discussione tutti gli assetti. La velocità delle tecnologie rende inadeguate le risposte tradizionali di politica economica con il rischio di assumere la mentalità del malato cronico, desistendo dalla ricerca di nuove soluzioni vincenti che sostituiscano quelle tradizionali, ora inadeguate.
Nei paesi avanzati il moltiplicatore keynesiano (ossia la capacità di moltiplicare l’effetto di nuovi investimenti) è ormai vicino a uno; il che significa che le nuove iniziative non producono ulteriore valore se non quello proprio, e allora il pericolo è di guardarsi allo specchio compiacendosi e rifacendo quanto sino a questo momento realizzato, senza ridisegnare risorse e mercati attraverso l’innovazione (anche tecnologica) continua.
Comunque, il quesito principale è se ci si trovi dinnanzi a una crisi congiunturale (e quindi superabile con i tempi dell’economia) o strutturale e, quindi, superabile con profondi cambiamenti di comportamento. Non saprei cosa sia auspicabile e, in funzione delle numerose variabili che influenzano e determinano la durata e la portata di questi processi, non è facile distinguere gli ottimisti dai pessimisti (preferendo una ipotesi o l’altra), tanto che viene in mente una storiella vagamente surreale: «Il pessimista dice: non potrebbe andare peggio. L’ottimista aggiunge, oh sì che potrebbe andare peggio».

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