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Ma cos’è questa crisi…?

Di Antonio Caneva, 5 dicembre 2008

Negli anni Trenta una canzone proponeva il tormentone «Ma cos’è questa crisi?». Regolarmente negli anni le crisi si sono succedute e di ognuna si diceva che fosse la peggiore. È inutile nascondersi che l’attuale momento sia difficile, un momento che sta pagando anni di follie finanziarie e di cui non si vede il termine. A mio avviso il prossimo impatto negativo lo si avrà con le carte di credito che, in maniera atipica, sono state utilizzate per finanziare il credito e che ora, in un periodo in cui è difficile rispettare i termini di rimborso, possono configurare uno scenario già vissuto con i mutui subprime.
Ultimamente, nel corso di un convegno, il moderatore, professor Rodolfo Baggio dell’università Bocconi, ha esordito: «Nel corso di questo evento c’è una parola che deve essere bandita: crisi». Lunedì, però, un incontro tra direttori d’albergo promosso da Damiano De Crescenzo per Manageritalia, tendente a fare il punto del comparto alberghiero in Lombardia, ha fatto emergere uno scenario sicuramente negativo, in cui per descrivere l’attuale situazione la parola crisi era la più prudente.
Un altro segnale negativo è dato dal rinvio di progetti già approvati e spesso iniziati, ma è vero ugualmente che tanti altri vanno a compimento e propongono scenari virtuosi. La realtà nella quale operiamo è così complessa che va osservata in maniera strabica: alla Rinascente a Milano è in vendita una bottiglia (in cristallo) di cognac invecchiato Hennessy a 2.800 euro e poi, poco lontano, nella Chinatown milanese, i parrucchieri cinesi che operano in decorosi locali su strada, chiedono alle signore sei (6) euro per lo shampoo e la messa in piega dei capelli.
Questa non è una crisi locale bensì globale e quindi di difficile definizione: siamo di fronte a una ridefinizione delle forze in campo e, probabilmente, alla fine di questo periodo assisteremo a un assestamento solo pochi mesi fa non ipotizzabile.
Al momento non resta che affrontare il periodo con determinazione nella consapevolezza che, crisi o non crisi, alla fine siamo sempre noi, con la nostra operosità, gli artefici del nostro progresso.

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