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M&c: Italia ed Europa nel mirino

La gestione degli asset immobiliari al centro delle strategie di sviluppo Millennium & Copthorne

La gestione degli asset immobiliari al centro delle strategie di sviluppo Millennium & Copthorne

Di Massimiliano Sarti, 2 luglio 2015

Un nuovo protagonista si affaccia sullo scenario alberghiero italiano. E lo fa con una filosofia di business che richiama modelli di gestione antichi. Prima ancora asset management company che operatore dell’ospitalità, la Millennium & Copthorne Hotels (M&c) ha infatti acquistato da poco il 5 stelle lusso capitolino Grand Hotel Palace: un’operazione portata avanti nell’ambito del processo di ristrutturazione del debito della Boscolo Hotels, già proprietaria e gestore dell’immobile. Il gruppo con sede a Londra ha fatto così il suo ingresso nella Penisola, dove ha tutte le intenzioni di rimanere e anzi di rafforzare la propria presenza, come rivela l’amministratore delegato Italia, nonché senior vice president global asset management della compagnia, Fabrizio Gaggio: «L’idea è quella di espanderci presto in altre location primarie: soprattutto a Venezia e a Milano, città in cui abbiamo già in corso trattative in fase avanzata».
Ma andiamo con ordine: la M&c è una compagnia quotata alla borsa di Londra con un giro d’affari, nel 2014, di 826 milioni di sterline e profitti ante-tasse pari a 188 milioni. Le sue radici affondano però nel profondo Oriente, essendo controllata dalla società immobiliare City Developments Limited (Cdl), a sua volta parte della holding Hong Leong di Singapore. Il gruppo, che oggi gestisce 120 strutture, quasi tutte di proprietà, in 79 destinazioni differenti, vanta una particolare concentrazione di hotel nel Regno Unito, in Nord America e in Nuova Zelanda, nonché in Estremo e Vicino Oriente. Grande assente è dunque proprio l’Europa continentale, dove la compagnia anglo-orientale, oltre al nuovo indirizzo romano, conta solamente su due hotel parigini: «La nostra idea è perciò quella di sondare anche i mercati olandese e spagnolo», riprende Gaggio. «Nel primo, in particolare, si registrano tassi di occupazione molto alti, il secondo ci interessa invece soprattutto perché nella penisola iberica il settore real estate è oggi caratterizzato da valori decisamente appetibili».
D’altronde la linea di azione del gruppo segue indirizzi di chiaro stampo opportunistico: «Non siamo come i grandi fondi di investimento, che comprano dalle banche quote su quote di distressed asset (le cosiddette attività deteriorate, ndr), per poi riqualificarle e valorizzarle. Al centro dei nostri criteri di selezione c’è prima di tutto la location, seguita quindi dalla qualità dell’immobile e dal fatto che l’hotel sia libero da vincoli di affiliazione e relativi alla proprietà del terreno. Niente conversioni o ristrutturazioni, inoltre, ma soprattutto operazioni “up and running”, ossia l’acquisto di prodotti finiti e già operativi. Nel caso di nuove costruzioni ci affidiamo invece a sviluppatori disposti a fornirci l’asset chiavi in mano». Il ritorno atteso, svela sempre l’a.d. Italia, è estremamente variabile e dipende dal singolo contesto di mercato: dai pochi punti percentuali delle location primarie alla doppia cifra abbondante delle destinazioni più rischiose.
E il Grand Hotel Palace, per molti versi, rappresenta proprio un caso esemplare: niente valori scontati in questa occasione, «perché i trophy asset in Italia non hanno mai perso il loro valore, neppure nei momenti peggiori della crisi», ma una struttura già pienamente operativa, ristrutturata nel 2010 sotto la supervisione dell’architetto milanese Italo Rota, e situata in una location esclusiva come la celeberrima via Veneto: la strada della Dolce vita romana, su cui si affacciano alcune delle più importanti icone dell’ospitalità europea. L’operazione, costata complessivamente 65,5 milioni di euro, è così ora nel cuore di un profondo processo di riposizionamento (a questo proposito si veda anche il box a fianco, ndr), che non riguarda solo il trasferimento dall’Autograph Collection di Marriott al soft brand Preferred Lux, ma l’intera architettura dei marchi M&c: «A oggi arriviamo infatti a coprire al massimo il segmento upscale del mercato, con i Millennium e i Grand Millennium», conclude Gaggio. «Ma qui siamo in presenza di una vera struttura lusso, che ha bisogno di una connotazione precisa. A breve pensiamo perciò di lanciare un nuovo brand ad hoc che, oltre al Grand Hotel Palace, dovrà comprendere le altre nostre eccellenze asiatiche e due hotel londinesi, tra cui il Chelsea Harbour: unica struttura all-suite della capitale inglese». Che quel Leng’s Collection, che già compare in fondo alla home page dell’hotel, sia un indizio premonitore?

Il Grand Hotel Palace di Roma

L’albergo capitolino è inserito in un maestoso palazzo d’epoca situato di fronte all’ambasciata americana, in pieno centro storico: tra Piazza di Spagna e Villa Borghese. Nato con il nome di Palazzo degli Ambasciatori a opera dell’architetto Marcello Piacentini, è un elegante esempio di quel modernismo romano che annuncia il passaggio dall’Art Déco al Novecento monumentale degli anni Trenta. Composta da 87 camere e suite articolate su sette piani, la struttura vanta anche una lobby d’eccezione, decorata con una serie di affreschi eseguiti nel 1926 dall’artista veneziano Guido Cadorin. A completare l’offerta, ci sono infine tre sale meeting e una spa con hydro-pool, area fitness e centro benessere, nonché il ristorante di cucina italiana Cadorin, il Piero’s Bistrot e un lounge bar.
«Entro il 2016 vorremmo oltrepassare i 300 euro di tariffa media, con un’occupazione superiore al 78%», racconta il general manager della struttura, Andrea Fiorentini. E le cose, dopo un inizio non facilissimo legato anche al passaggio da Autograph a Preferred, paiono ora mettersi per il meglio, tanto che si pensa già di chiudere il 2015 con i prezzi a quota 260 euro e le camere riempite per il 72%. Non che prima la struttura non perfomasse bene; anzi nel 2013 era stata la migliore del gruppo Boscolo (con le tariffe a 252 euro e un tasso di riempimento del 71,5%). Ma in generale l’albergo, pur garantendo buoni livelli di occupazione, non riusciva a far lievitare sufficientemente i prezzi.
«Ora comunque abbiamo alle spalle una società molto ben strutturata a livello finanziario, che mi garantisce anche un budget superiore rispetto a prima», conclude quindi Fiorentini, che era alla guida della struttura capitolina già durante la gestione Boscolo. «E poi questo sistema di lavoro all’anglosassone, con linee guida e action plan precisi, devo dire che mi aiuta molto. Mi fa inoltre estremo piacere che la M&c non abbia dato fiducia solo a me, ma a gran parte del personale pre-esistente, visto che ha deciso di mantenere ben l’80% dello staff precedente».

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