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L’importanza di chiamarsi Italy

Di Antonio Caneva, 23 ottobre 2014

La reputazione e consistenza di un marchio sono uno strumento formidabile di vendita.
Un brand di grande richiamo a costo zero è «made in Italy», tanto che un attento imprenditore ha creato una catena di negozi gastronomico-ristorativi a nome Eataly (contrazione di eat e Italy, che si legge appunto Italy), diffusa ormai in tutto il mondo.
A Milano, all’apertura del bellissimo negozio, su tre piani, che ha trasformato uno storico teatro, la coda per entrare è durata giorni.
Un importante investimento frutto della visione di questo imprenditore che precedentemente aveva una catena di negozi di elettrodomestici.
I giorni dell’inaugurazione, all’ingresso, appariva un cartello che, nella sostanza, ricordava che il cliente non ha sempre ragione, e neanche il negoziante, ma che l’incontro delle due componenti fornisce i migliori risultati.
Inutile, fastidiosa supponenza, pseudo moralistica.
La logica del negozio è la valorizzazione dell’eccellenza dei prodotti italiani; allora non si capisce perché fanno bella mostra di sé, tra l’altro, tutti i prosciutti spagnoli, lo champagne, le chips inglesi, le birre tedesche, belghe, americane e, soprattutto, il pesce proveniente dalle più disparate zone del mondo. Per esempio, se si comprende come il merluzzo, pesce del Nord, provenga dal Nord Atlantico, lo stesso non vale per le orate d’allevamento provenienti dalla Grecia, quando questo prodotto viene abbondantemente allevato anche in Italia.
A Milano esiste già un negozio di eccellenze alimentari con prodotti provenienti da tutto il mondo, il quale però porta il nome proprio (Peck) e certamente non Italy.
All’interno di Eataly, a mezz’aria, è stato realizzato un palco dove possono presentarsi complessi musicali e, per un periodo, è stato esposto un cartello che recitava «Qui si sono esibiti i più grandi artisti del mondo», dimenticando di dire che ciò è successo quando quello spazio era un teatro.
Furberie da negozio di elettrodomestici.
Il Corriere della Sera, il giorno 4 ottobre, ha pubblicato una lettera, a titolo «Un servizio mai visto», di un lettore che ha mangiato nel dehors del locale e ricorda la propria esperienza. Ne trascrivo letteralmente uno stralcio: «Dopo 20 minuti di attesa arrivano gli hamburger crudi, con la carne rossa molle e fredda all’interno. La persona con me era incinta, ergo la carne per lei sarebbe stata anche pericolosa. Va in cucina e torna dicendo che siccome non era stato chiesto ben cotto può rifarlo pagando altri 12 euro».
Per fare tutto questo non c’è bisogno di chiamarsi «Italy», anche se il concept è valido e, sicuramente, la struttura è un punto di attrattività per Milano.

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