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L’hôtellerie secondo Bertone

Il celebre brand del design italiano vira sull'ospitalità e progetta la nuova catena Bdh

Il celebre brand del design italiano vira sull'ospitalità e progetta la nuova catena Bdh

Di Massimiliano Sarti, 28 luglio 2016

Dalle auto agli hotel passando per i treni. Ha una storia ultracentenaria il brand Bertone: una vicenda che si intreccia soprattutto con il mondo delle automobili, ma che nel recente passato ha virato su altri comparti. In primis i trasporti, ma anche l’interior design, i macchinari, il real estate… La forza della sua tradizione è ben rappresentata da alcune icone dell’industria italiana a cui il nome Bertone è indissolubilmente legato: la Fiat 501 Sport Siluro Corsa del 1920, per esempio, ma pure la Lamborghini Miura del 1966 e la Lancia Stratos Zero del 1970, nonché più recentemente il Freccia Rossa 1000 e l’avveniristico velivolo ecocompatibile a decollo verticale, Project Zero, realizzato in collaborazione con Augusta Westland.
Ora la Bertone Design, che ha la licenza del marchio B Bertone per tutti i settori eccetto l’automotive, si appresta a entrare anche nel mondo dell’hôtellerie. Si tratta di un progetto ambizioso teso a costruire un gruppo dai forti connotati italiani e capace di sviluppare un portafoglio di cinque o sei strutture sul territorio nazionale entro il 2019, a cui aggiungere possibilmente qualche hotel oltreconfine. Il primo della serie, vero showroom operativo da mostrare a investitori, sviluppatori e operatori non solo tricolori, sarà aperto a Roma tra la fine di quest’anno e gli inizi del 2017. Ed è stato proprio il progetto capitolino ad accendere la scintilla dell’avventura alberghiera griffata Bertone: «Lo stesso imprenditore proprietario dell’immobile, che si è rivolto a noi per la realizzazione della struttura, ci ha proposto di brandizzare l’hotel con il nostro nome», rivela infatti il ceo Aldo Cingolani. «Noi abbiamo valutato che il marchio si sposasse bene con il mondo dell’ospitalità. È così è nata l’idea Bdh: Bertone Design Hotel».
Nonostante manchi ancora qualche mese all’apertura del primo albergo, l’iniziativa poggia su basi concettuali piuttosto chiare. L’idea è quella di costituire una società di sviluppo e gestione in joint venture con una compagnia partner esperta di management alberghiero: la stessa con cui Bertone ha già attivato la collaborazione per l’hotel di Roma, che è quindi destinato a essere dato in affitto alla nuova realtà societaria. Per gli sviluppi futuri si pensa invece a una partnership con un fondo di investimento, che si prenderà carico dei costi di acquisto e ristrutturazione degli immobili da consegnare chiavi in mano al gestore. Anche in questo caso i colloqui sarebbero già in fase avanzata. L’obiettivo è quello di trovare un partner disposto ad accettare rendimenti compatibili con la sostenibilità del business, con yield che dovrebbero aggirarsi attorno al 4% durante il periodo di start-up e alzarsi verso il 5% a regime.
Riguardo alle location si pensa soprattutto a zone piuttosto centrali (a Roma l’albergo aprirà in Via Nazionale), per strutture 4 stelle, 4 stelle superior da 40-60 camere e un investimento complessivo a struttura compreso tra i 20 e i 35 milioni di euro. Si punta soprattutto sulle riconversioni di uffici, immobili residenziali e hotel datati, possibilmente cercando distressed asset in vendita a prezzi competitivi. Bertone Design si occuperebbe naturalmente di tutto il processo di ristrutturazione in tema di oneri burocratico-amministrativi, di design di interni e di esterni, nonché più in generale dell’intero project management: «Abbiamo già pronto un piano industriale che considera tutti gli elementi, compreso un software gestionale ad hoc», specifica ancora Cingolani. «Siamo quindi in grado di produrre un capitolato con costi certi e prodotti di qualità, esportabili e riproducibili. Pensiamo anche alla vendita diretta di alcuni complementi di arredo».
Il concept sarà quello di un hotel dai tratti vintage, che mira a sfruttare tutto l’appeal della tradizione Bertone, soprattutto in tema di automotive, ma con un approccio giovane e una buona dose di tecnologia. In particolare non si prevede alcun desk alla reception, mentre al momento del check-in ogni ospite riceverà una chiave d’auto dotata di transponder destinata a rimanere personale e a contenere tutti i dati sulle preferenze dei clienti. Le camere si gioveranno di una buona dose di domotica, «pur puntando a mantenere le cose semplici per gli ospiti», specifica Cingolani. «Si tratterà soprattutto di regolazioni automatiche in fatto di luci, temperature e scenari video e olfattivi. Almeno dove ci sarà possibile, perché a Roma, per esempio, la natura dell’immobile da convertire, un edificio di fine Ottocento, ci impone precisi vincoli di intervento che non ci consentono di lavorare con schermi e immagini».
Grande attenzione sarà poi dedicata al comparto f&b, la cui gestione si ipotizza di affidare a un operatore esterno: spazi alla moda, in grado di accogliere anche tavolate da 20 persone in modo da favorire i momenti di socializzazione, per un’offerta ristorativa che va dalla colazione all’aperi-cena. L’idea è quella di attirare una fetta consistente di clientela locale, in modo da puntellare il revenue di strutture tutto sommato dotate di un numero limitato di stanze.
In termini di posizionamento il modello di riferimento è quello dei Mama Shelter: brand di alberghi di design recentemente acquistato da AccorHotels, le cui tariffe normalmente sono comprese tra i 100 e i 200 euro a camera. Dopo Roma, gli obiettivi sono Milano e Venezia, a cui potrebbero quindi seguire Firenze e Napoli. «All’estero abbiamo già delle richieste concrete da parte di sviluppatori di New York e Bangkok», conclude Cingolani. «Ma contiamo pure sulle nostre relazioni storiche con città come Mosca e Tokyo, dove operano due nostre filiali. La capitale giapponese in particolare presenta molte opportunità. Soprattutto con l’avvicinarsi delle Olimpiadi 2020, in vista delle quali la città non ha ancora un’offerta ricettiva sufficiente»

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