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Le catene in Italia si fanno lifestyle

Il rapporto Horwath Htl evidenzia una sostanziale continuità di fondo nelle tendenze generali di mercato. Si cominciano però ad affermare anche da noi i nuovi concept di origine internazionale

Il rapporto Horwath Htl evidenzia una sostanziale continuità di fondo nelle tendenze generali di mercato. Si

Di Massimiliani Sarti, 17 Marzo 2019

Non si ferma la lenta ma inesorabile espansione della presenza di catena in Italia, mentre cresce la dipendenza dalla domanda estera dell’industria alberghiera nazionale, che tuttavia in questo modo riesce a svincolarsi dagli andamenti non sempre brillanti del pil tricolore. Ma il 2018 pare essere anche un anno di svolta: dopo un periodo di sostanziale stabilità, la dimensione media degli hotel brandizzati è infatti seppur di poco diminuita, passando dalle 110 camere del 2017 alle 108 dell’anno scorso. Conseguenza, forse, dell’affermarsi anche sul mercato italiano dei nuovi concept lifestyle, che richiedono spazi più flessibili all’interno di strutture mediamente più piccole.

Sono solo alcune delle evidenze principali tratte dall’ultima edizione del rapporto che Horwath Htl dedica ogni 12 mesi allo scenario di catena nella Penisola. L’anno scorso, in particolare, il numero di strutture brandizzate nel Paese è aumentato del 6,5%, raggiungendo la soglia dei 1.600 alberghi, mentre l’offerta di camere di catena totali è salita del 4,7%. Tali incrementi fanno sì che oggi l’offerta di ospitalità brandizzata in Italia corrisponda al 4,8% del numero di hotel complessivi, ma soprattutto al 15,8% delle camere. Una quota, quest’ultima, di ben 2,6 punti percentuali più alta rispetto al 13,2% registrato al momento del primo rapporto Horwath Htl del 2013. Nei segmenti di mercato più alti la diffusione delle stanze di catena sale inoltre ulteriormente, raggiungendo il 50% nell’upper upscale & luxury, nonché il 33% nell’upscale.

 

Cresce la presenza di «white label company»

La maggior parte delle stanze brandizzate si trova quindi nelle città di Roma (20.782), Milano (15.061), Venezia (5.955) e Firenze (4.967). A livello di regione, tuttavia, è la Lombardia a farla da padrona, concentrando sul proprio territorio ben il 15% del portafoglio di hotel di catena dell’intero paese, seguita dal Lazio (12,7%), dal Veneto (11,7%) e dall’Emilia Romagna (11%). In termini di strategie di sviluppo, la proprietà diretta continua a essere il modello di business prevalente tra i gruppi alberghieri (nel 38% dei casi). Cresce però considerevolmente la formula dell’affitto (ormai al 37%, rispetto al 30% del 2013), mentre scende dal 25% al 20% la rilevanza degli accordi di franchising e rimane sostanzialmente stabile al 5% quella dei contratti di management. Da notare è inoltre l’incremento delle cosiddette «white label company», che oggi gestiscono con un brand terzo 76 strutture totali, corrispondenti a circa il 5% dell’offerta di catena complessiva in Italia.

Anche la nostra Penisola sta quindi vivendo il medesimo processo di consolidamento del mercato sperimentato nel resto d’Europa. La distanza con alcuni dei principali Paesi del continente rimane comunque elevata: basti pensare che in Spagna un terzo degli hotel è ormai affiliato a qualche brand di catena, così come un quinto delle strutture francesi e un decimo di quelle tedesche. E proprio la Germania, insieme al Paese transalpino, sono oggi le destinazioni in cui il consolidamento dell’offerta alberghiera si sviluppa a ritmi più sostenuti.

Un’altra caratteristica peculiare del mercato tricolore è poi la presenza crescente di piccoli gruppi nazionali. Anche il 2018 ha infatti assistito a un’ulteriore impennata del novero di operatori nazionali capaci di raggiungere la fatidica soglia dei cinque hotel: il limite minimo per essere considerati catena nel report Horwath Htl. L’Italia si mantiene in questo modo al secondo posto in Europa per numero di brand attivi sul proprio territorio: oggi sono 240, contro i 227 del 2017. Solo la Spagna ne ha di più, con i suoi 290 marchi complessivi.

 

Uno scenario in grande mutamento

Il Paese ha pure assistito a una serie di consolidamenti interni, che hanno sensibilmente mutato il quadro dell’ospitalità nazionale. Tra le operazioni più significative degli ultimi tre anni, merita senz’altro citare la fusione Una – Ata del 2016, così come l’acquisizione, da parte di Starhotels, del gruppo Royal Demeure nel 2017. Nel medesimo periodo si è inoltre conclusa la parabola di quello che è stato probabilmente il più importante villaggista tricolore: il gruppo Valtur è passato per il fallimentare tentativo di rilancio tentato dal fondo Investindustrial di Andrea Bonomi, per poi vedere il proprio brand acquisito, con un’offerta ridimensionata, da parte del tour operator Nicolaus. Da segnalare pure il recentissimo spin-off di Lindbergh Hotels dal gruppo Eden, dopo che quest’ultimo è stato ceduto ad Alpitour nei primi mesi dell’anno scorso, nonché l’acquisizione, sempre nel 2018, della compagnia romana Piazza di Spagna View da parte di Ih Hotels. Infine, c’è la vicenda della liquidazione di una realtà importante come Acqua Marcia Hotels, i cui prestigiosi asset sono finiti nelle mani di operatori sia italiani, sia internazionali, tra cui in tempi recentissimi Rocco Forte, che si è aggiudicato il 5 stelle palermitano Grand Hotel Villa Igiea.

A fronte di tali piccoli e grandi rivolgimenti nell’offerta alberghiera domestica, relativamente pochi sono stati invece, nel corso del 2018, i nuovi brand internazionali approdati per la prima volta nella Penisola: appena tre, ossia il Sentido by Thomas Cook in Sicilia, The Student Hotel a Firenze e il romano Radisson Collection, che è stato peraltro ufficialmente inaugurato all’inizio di quest’anno.

 

L’industria alberghiera si svincola dal ciclo economico nazionale

Per il 2019 è tuttavia già prevista una serie consistente di premiere internazionali. Nei prossimi tre anni, sostiene d’altronde Horwath Htl, ci si aspetta l’apertura di ben 118 nuovi alberghi di catena, per un totale di 15.561 camere, prevalentemente concentrate nei segmenti midscale e upscale, il 60% delle quali di origine straniera. Va tuttavia sottolineato, a questo riguardo, che i piccoli gruppi domestici si dimostrano spesso più restii delle major straniere a rivelare i propri progetti futuri, per cui può essere che il dato sia sottostimato proprio nella sua componente tricolore.

A essere ormai dato per assodato è invece il ruolo crescente della domanda internazionale per il mercato alberghiero italiano: durante la decade 2008 – 2018, ossia nel periodo esattamente a cavallo della Grande crisi, le presenze da oltre confine sono infatti aumentate del 20%, mentre quelle domestiche sono rimaste pressoché stabili (+1%). Nel medesimo lasso di tempo, il pil nazionale è invece aumentato del 6%. Segno che, grazie alla differenziazione dei propri bacini di business, l’industria dell’ospitalità tricolore sta progressivamente diminuendo la propria dipendenza dall’andamento del ciclo economico italiano.

 

Identikit dei “big” dell’ospitalità tricolore

Valgono un fatturato aggregato complessivo di circa 800 milioni di euro, destinato però a crescere fino a 1 miliardo nel 2020. È il cluster delle dieci compagnie alberghiere italiane più importanti per giro d’affari totale: un elenco che include, nell’ordine, Starhotels, Una, Aeroviaggi, Iti Hotels, Th Resorts, Delphina, Blu Hotels, Bluserena, Jsh e Parc Hotels Italia. Un insieme capace oggi di raccogliere approssimativamente il 30% delle camere di catena domestiche e il 20% del totale delle stanze brandizzate del Paese. E che è destinato a crescere ulteriormente nel prossimo futuro, passando dalle poco più di 34 mila camere del 2018 a oltre 36.600 nel 2020. Numeri importanti, che tuttavia andrebbero pur sempre letti in prospettiva, per comprendere appieno il gap che ancora divide i campioni dell’accoglienza tricolore rispetto ai big dell’ospitalità mondiale. Basti qui giusto citare come nel 2017, ultimo anno di cui si possiedono i dati consolidati di tutte e dieci le compagnie, la sola Hilton abbia fatturato ricavi per ben 9,2 miliardi di dollari.

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