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L’associazionismo è parte della professione

Un’esperienza appagante, che ti arricchisce a livello personale e lavorativo, dandoti la possibilità di condividere gioie e dolori con colleghi che vivono la tua stessa realtà

Un’esperienza appagante, che ti arricchisce a livello personale e lavorativo, dandoti la possibilità di co

Di Massimiliano Sarti, 17 Dicembre 2018

Per molte persone vivere la professione significa anche confrontare esperienze e punti di vista con gli altri. Colleghi non necessariamente della propria azienda, ma che condividono le medesime situazioni quotidiane. Nel mondo dell’hôtellerie si è radicato perciò nel tempo il fenomeno dell’associazionismo: piccole e grandi realtà, che raccolgono al proprio interno individui provenienti da un identico background professionale, al fine di dialogare insieme per migliorarsi, supportarsi e passare qualche ora piacevole tra amici. Spesso amate, a volte vituperate dagli stessi membri, questi veri consessi di pari sono una parte essenziale della vita professionale di parecchi lavoratori dell’ospitalità. Non tutti però li conoscono davvero. E c’è pure chi li ritiene una mera perdita di tempo. «Ma non c’è nulla di più falso», afferma con convinzione il direttore generale di Planetaria Hotels, Damiano De Crescenzo, da sempre impegnato in prima persona nel mondo dell’associazionismo (si veda il box a fianco, ndr). «In realtà il tempo non va semplicemente sommato, va pesato. Quel 10% in più che una persona dedica alla vita associativa», spiega De Crescenzo, «viene quasi sempre ripagato da un’infinità di ore di lavoro risparmiate in contesti, che a volte neppure ci si può immaginare».

Domanda. In che modo?
Risposta. Il confronto con il mondo esterno può per esempio aiutarti a trovare soluzioni a situazioni complesse. In senso ancora più pratico, allargare le proprie conoscenze significa poter contare su referenze importanti, soprattutto nel caso occorra rivolgersi a professionisti dotati di competenze specifiche, in grado di risolvere un determinato problema: avvocati, commercialisti, fornitori, di cui ci si può fidare perché qualcun altro ci ha già lavorato insieme. Ma questo è solo uno dei tanti aspetti positivi della vita associativa.

D. L’arricchimento, immagino, è anche personale…
R. Certamente. A cominciare dalla possibilità di uscire dall’isolamento del proprio silos aziendale. Condividere le esperienze e gli obiettivi è fondamentale per crescere. E fa bene anche alla propria compagnia, perché permette di comprendere come si è posizionati, di aprire la mente a nuovi modelli di business e finanche di capire che spesso non si è gli unici a sperimentare certe difficoltà. Senza dimenticare, per di più, quella che io chiamo la logica del ponte: grazie ai contatti acquisiti in associazione, con due o tre mosse si può infatti trovare il modo di avvicinare pressoché chiunque. E in un lavoro altamente relazionale come il nostro, non è affatto un aspetto da sottovalutare. Ma i vantaggi della vita associativa sono talmente numerosi, che è impossibile codificarli tutti. A volte te ne accorgi solamente nel momento in cui li sperimenti in prima persona.
D. La rivoluzione digitale in corso sta influenzando in qualche maniera il modo di fare associazionismo? E non c’è il rischio che la tecnologia sostituisca anche in questo ambito i contatti personali?
R. Senz’altro ci sono stati dei cambiamenti, ma non ho alcun sentore che ciò stia facendo diminuire il bisogno di trovarsi insieme. Piuttosto, oggi è più facile organizzare un incontro e scambiarsi informazioni. Gli strumenti digitali rendono le cose più semplici e veloci, ma non possono togliere il piacere di una cena conviviale, né tanto meno sminuire l’importanza di un evento formativo.
D. A volte però non tutto fila liscio. Lo dimostrano le vicende di tante associazioni che nel tempo hanno perso il proprio smalto, ma anche le divisioni laceranti e le numerose iniziative annunciate e mai realizzate…
R. Le insidie, non posso negarlo, sono sempre dietro l’angolo. Le associazioni devono essere curate in maniera adeguata. Se oltrepassano i confini dei principi sulla base della quale sono state create, spesso finiscono per guastarsi.
D. Come fare allora per preservarle?
R. Prima di tutto, occorre mantenere l’omogeneità di fondo, il minimo comun denominatore che unisce tutti i membri. Se si comincia a far entrare chiunque, magari per semplici conoscenze e per fare numero, si finisce per svilirne lo scopo. Nulla però può funzionare senza la disponibilità e la generosità dei membri, e in particolare del gruppo direttivo. Bisogna essere disposti a dare qualcosa agli altri in maniera disinteressata. Certo, anche in questo caso, si può poi ricevere in cambio una certa visibilità, potenzialmente utile alla carriera. Ma non può essere questa la motivazione principale del proprio impegno. È anche necessario, infine, coinvolgere il più possibile gli associati nelle varie iniziative in programma. E l’unico modo per riuscirci, è far sì che il gruppo direttivo si renda disponibile all’ascolto costante.
D. A proposito di iniziative associative: so che ce n’è una dell’Ehma, a cui tiene particolarmente…
R. In effetti la European hotel managers association sta vivendo un momento particolarmente felice: c’è molta partecipazione, attività interessanti, un’ottima leadership… In tale contesto, da qualche anno noi del comitato innovazione stiamo seguendo il progetto «Mentor me». Ispirata a un modello anglosassone, l’iniziativa mira sostanzialmente a istituzionalizzare un processo che avviene spontaneamente in qualsiasi contesto lavorativo: la disponibilità di chi ha più esperienza a dare consigli e suggerimenti ai giovani talenti, in questo caso professionisti giunti alla soglia della loro prima direzione. È questa una relazione che difficilmente si può instaurare all’interno della stessa azienda: i capi normalmente sono abituati a parlare, a dare indicazioni, piuttosto che ad ascoltare. E le poche volte che fanno delle domande, trovano collaboratori impegnati più a fornire le riposte adatte alla circostanza che non a essere sinceri. Spesso, nell’hôtellerie, sono gli ex direttori o gli ex insegnanti a svolgere questa funzione. Noi dell’Ehma abbiamo semplicemente cercato di istituzionalizzare la procedura, per dare la possibilità di avere un mentore anche a chi non ha la fortuna di incontrarlo naturalmente.
D. Come funziona esattamente?
R. Mentori e «Mentee» (i pupilli, ndr) emergono quasi naturalmente all’interno del contesto Ehma e delle relazioni personali dei direttori-soci. Il comitato procede poi a stabilire le corrispondenze ideali, nonché a calendarizzare le azioni, a definire gli obiettivi e a misurare i risultati. Il percorso fino alla scorsa edizione durava sei mesi. Ma visto il successo ottenuto, dalla prossima, la terza, verrà ulteriormente esteso.
D. Quali i vantaggi?
R. Per i «mentee» si tratta soprattutto dei cosiddetti «intangible»: «Mentor me» non accelera la carriera ma irrobustisce le competenze, garantisce apertura mentale e dà maggiore consapevolezza. Molti, non solo i giovani, pensano di trovarsi nell’azienda sbagliata. Con il confronto a volte si scopre che non è così. E si evita di fare delle scelte avventate. Per noi mentori, invece, è un’opportunità unica di ascolto: per capire come siamo visti, cosa ci perdiamo e cosa facciamo perdere agli altri nelle nostre relazioni lavorative quotidiane.

Chi è Damiano De Crescenzo

Dopo varie esperienze in Italia, Inghilterra e Germania presso catene italiane e internazionali (Kempinski, InterContinental, Jolly Hotels, Radisson Sas…), Damiano De Crescenzo ha assunto la prima direzione nel 1997 al Radisson Sas Bonaparte di Milano per poi acquisire la responsabilità di area del gruppo su Bergamo e Brescia. Dal 2001 direttore generale del Milan Marriott e dal 2004 dell’Enterprise Hotel di Milano, si è occupato dei piani di sviluppo di Planetaria Hotels, diventandone in seguito direttore generale, mantenendo però al contempo la guida della struttura meneghina. In ambito associativo è stato fondatore e primo presidente di Aicr Italia (Amicale internationale des sous-directeurs et chefs de réception des grands hôtels). Oggi è membro dell’Associazione direttori d’albergo (Ada), della European hotel managers association (Ehma) e di Manageritalia, nonché vicepresidente del gruppo turismo di Assolombarda. De Crescenzo è stato inoltre insignito del titolo di cavaliere al merito della Repubblica italiana.

Il comitato innovazione griffato Ehma

Presieduto da Roberto Cappelletto del Villa Cortine Palace di Sirmione, il comitato innovazione è composto da Damiano De Crescenzo e da Giuseppe Mariano, con il supporto esterno di Ivan Artolli dell’Hotel de Paris di Montecarlo e di Giuseppe Rossi dello Splendide Royal di Lugano.

 

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