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La soluzione alla formazione alberghiera

Di Antonio Caneva, 6 novembre 2009

Nel corso del recente Host (il Salone internazionale dell’ospitalità professionale), tenutosi alla Fiera di Milano, ha avuto luogo un convegno organizzato dall’Ada (l’Associazione direttori d’albergo). Nel corso del suo intervento un professore di un’università milanese parlava delle difficoltà incontrate dal suo ateneo nel definire un modulo per i direttori d’albergo, in considerazione che «è difficile definire un modello per i direttori d’albergo, poiché il sistema è in movimento».
Nel suo successivo intervento, il presidente Ada, Franco Arabia, lo contraddiceva ricordando che anche gli altri settori sono in movimento, basta per esempio considerare quello bancario. Questa affermazione apriva un dibattito sul modello formativo alberghiero-turistico nel nostro paese, dagli intervenuti generalmente considerato scadente a tutti i livelli. Uno dei presenti indicava nel periodo troppo breve di stage le carenze formative, dimenticando però, come direttore, che spesso gli stagisti, nel nostro sistema, sono utilizzati, non retribuiti, per fare fotocopie oppure, senza un’assistenza adeguata, utilizzati per sopperire gratuitamente a carenze di organico.
Parlavo con Francesca Bonzo, responsabile in Italia delle scuole di Glion (Svizzera) e mi ricordava che il sistema formativo delle scuole di quel paese, considerate ancora tra le migliori al mondo, prevedono un’alternanza di periodi in aula con altri di pratica nelle strutture, però retribuiti. Chi vuole in Italia consentire degli stage lunghi debitamente ricompensati nei propri alberghi?
Carlo Columbo, preside dell’istituto professionale per i servizi alberghieri e della ristorazione Carlo Porta di Milano, importante istituzione cittadina, nel corso di un recente incontro mi parlava, poi, della prossima (ennesima) riforma scolastica, indicando che il risultato di questo cambiamento potrebbe avere come conseguenza un allontanamento dei giovani da questo tipo di studi: si parla, infatti, di accorpamento dell’attuale percorso (tre anni più due di preparazione tecnica) in un secco cinque anni, senza aver ancora definito in che momento e con quali modalità sia previsto l’insegnamento delle materie professionali. Il rischio da una parte è l’allontanamento dei giovani da questi studi e dall’altra di un insegnamento lontano dalle necessità del comparto.
Per concludere, mi rifaccio all’affermazione finale dell’intervento di Claudio Nobbio, veterano e lungimirante (oltre che brillante) socio Ada: «Con queste premesse probabilmente l’unica soluzione è Lourdes, ma è facile, con i tempi che corrono, trovare un overbooking».

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