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Incapaci di premiare i migliori

Di Massimiliano Sarti, 17 aprile 2009

La crisi italiana non è solo figlia della presente congiuntura, ma risale a molto tempo prima, alla stessa struttura della società del nostro paese, che non ha saputo rinnovarsi in senso meritocratico. Tale mancato sviluppo è la causa principale del nostro declino e della sperequazione crescente tra ricchi e poveri, non accompagnata dal grado di mobilità sociale che, per esempio, sperimentano gli Stati Uniti. È questa la tesi, valida per tutti i comparti dell’economia italiana, di Roger Abravanel, autore del recente saggio Meritocrazia, nonché director emeritus della società di consulenza manageriale McKinsey & co e consigliere di amministrazione di prestigiose società italiane, tra cui Luxottica e Bnl-Bnp. «In un sondaggio che ho condotto recentemente tra i giovani universitari», ha spiegato lo stesso Abravanel durante un dibattito dedicato a tali temi, organizzato recentemente dalla school of management del Politecnico di Milano, «l’80% degli intervistati ha dichiarato di essere convinto che il successo dipenda essenzialmente dalle raccomandazioni».
Nel mirino dell’autore di Meritocrazia ci sono anche le nostre piccole e medie imprese, spesso additate da molti quale simbolo d’eccellenza del made in Italy e tanto diffuse, tra l’altro, proprio nel mondo dell’industria dell’ospitalità e dei viaggi: «Frequentemente le nostre pmi hanno scelto di mantenere ridotte le proprie dimensioni non solo per motivi legati al mercato, ma anche perché, in questo modo, chi le controllava ha potuto più agevolmente inserire, all’interno dell’azienda, amici e parenti».
Abravanel avanza così quattro proposte concrete per valorizzare il talento e rendere l’Italia un paese più ricco e più giusto: la creazione di una delivery unit, sul modello di quella realizzata da Tony Blair nel Regno Unito, per garantire ai cittadini miglioramenti misurabili nel servizio pubblico. «Non è un problema di spesa ma di produttività», specifica lo stesso Abravanel nel suo saggio, «e la produttività non si migliora licenziando qualche decina di migliaia di fannulloni, ma trasformando la macchina pubblica con criteri meritocratici simili a quelli di un’impresa privata, senza però necessariamente privatizzare».
La seconda misura riguarda, invece, il nostro sistema educativo. Per restituirgli equità e qualità, il director emeritus di McKinsey & co propone la creazione di test standard nazionali, capaci di valutare uniformemente le performance degli studenti e, quindi, la qualità dell’insegnamento di ciascuna istituzione scolastica. La terza idea di Abravanel riguarda, poi, la creazione di un’authority nazionale, con il compito di liberalizzare i servizi locali in settori come il commercio, le professioni, il turismo e i trasporti, per garantire un benefico sviluppo della concorrenza e di una regulation capace di tutelare i consumatori anziché le imprese. La quarta proposta, infine, riguarda l’implementazione di un’azione, limitata nel tempo ma decisa, per portare più donne all’interno dei consigli di amministrazione delle società quotate: un’iniziativa, peraltro, che è attualmente allo studio della stessa borsa italiana.
«In Italia», ha dichiarato Abravanel proprio su questo punto, «la presenza femminile ai vertici delle imprese quotate si aggira attorno al 3%. E di queste, la metà sono spesso figlie e mogli di presidenti e amministratori delegati. Nel Regno Unito, invece, la percentuale di donne nei cda sale al 12% e in paesi come la Norvegia persino al 32%. E ricerche recenti a livello internazionale hanno dimostrato come le aziende con presenze femminili all’interno del consiglio di amministrazione guadagnino mediamente di più di quelle tutte al maschile».
Il pungolo e le provocazioni di Abravanel non hanno però ricevuto risposte particolarmente concrete dagli altri partecipanti al convegno, che, in verità, sono apparsi più che altro preoccupati di distinguere il proprio orticello dalla gramigna di nepotismo e inefficienza che invece sembra minacciare le altre imprese e istituzioni. «Non credo che nelle aziende private italiane si possa parlare di assenza di meritocrazia: un valore che invece manca completamente nella pubblica amministrazione», ha infatti dichiarato, tra gli altri, l’amministratore delegato di Eni, Paolo Scaroni. «Nella nostra università circa il 20% delle matricole abbandona gli studi dopo i primi due-tre mesi di corso», ha infine spiegato il rettore del Politecnico, Giulio Ballio. «Inoltre, attorno al 70% dei nostri dottori sono laureati di prima generazione. Mi paiono, questi, due indicatori significativi del fatto che da noi il merito venga premiato e valorizzato».

A che punto è il processo
di liberalizzazione italiano
www.societalibera.org

L’ambiente istituzionale italiano continua a incoraggiare, più che in tutta l’Unione europea, attività predatorie e parassitarie, che mirano a conservare o a conseguire posizioni di rendita. La conclusione del caso Alitalia e il duopolio televisivo ne sono un’ulteriore dimostrazione, così come lo sono i risultati conseguiti dalla regolazione delle autostrade italiane dal 1997 a oggi.
Almeno questa è l’opinione di Società libera, un’associazione che raggruppa esponenti del mondo accademico e imprenditoriale, uniti nell’obiettivo di arricchire il dibattito culturale e contribuire al processo di trasformazione della società italiana. A supporto di tali convinzioni Società libera presenterà così a Milano, il 5 maggio presso la Banca popolare di via San Paolo 2, e a Roma, il giorno successivo, all’interno dei locali della biblioteca del senato, il settimo rapporto sul processo di liberalizzazione della società italiana. Agli incontri interverranno, tra gli altri, i giornalisti Ferruccio de Bortoli e Piero Ostellino, nonché l’economista Fiorella Kostoris e i deputati Antonio Martino, del Popolo delle libertà, e Michele Salvati, del Partito democratico.

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