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Il prezzo delle grandi conquiste

Oggi si difendono a oltranza princìpi teoricamente corretti ma dagli effetti pratici negativi

Oggi si difendono a oltranza princìpi teoricamente corretti ma dagli effetti pratici negativi

Di Damiano de Crescenzo, 29 agosto 2013

A un cliente avvocato penalista, intrattenuto in conversazione al bar, gli chiesi come poteva essere possibile che un imputato in fase di interrogatorio, durante un procedimento giudiziario, potesse mai avvalersi della facoltà di non rispondere o addirittura di mentire (al contrario dei testimoni), senza che ciò potesse essere considerato grave e perseguibile. Lui mi spiegò che il nostro codice penale è tra quelli più avanzati, nonché una grande conquista di civiltà. Aggiunse che numerosi studiosi in legge, a livello internazionale, considerano il nostro codice tra quelli più avanzati e quindi ce lo invidiano. Chiesi allora come mai i risultati della giustizia sono tra i peggiori al mondo e se questa grande conquista non fosse favorevole solo per coloro che commettono reati, e disastrosa per coloro che avrebbero diritto alla giustizia. In effetti, il saggio cliente mi spiegò che, per una civiltà avanzata, è importante tutelare i diritti di coloro che commettono reati, nonostante ciò possa calpestare i diritti di coloro che ne subiscono i torti…
Una sera ero a cena con due amici medici e, non appena addentrati in una parentesi di politica economica, scherzosamente li provocai accusando la loro categoria di avere una grossa responsabilità nell’aver dissipato le risorse dell’Inps grazie ai certificati di malattia che quotidianamente rilasciano, con non poca superficialità, a chi ha un lavoro dipendente e vuole starsene a casa senza avere alcuna malattia, magari semplicemente per riposare e, in altri casi, come arma di lotta contro l’azienda. Ovviamente mi si rivoltarono contro spiegandomi che il nostro sistema è una grande conquista di civiltà e di tutela… D’accordo, ma nella prassi sembra che siano stati creati più abusi che doverose tutele. Alla fine uno dei due ammise che effettivamente avevo ragione, ma che avrei anche dovuto capire che, per un medico che dovesse rifiutarsi di rilasciare un certificato, quando avesse ragione di credere che si tratti di una malattia fittizia, possono esserci seri rischi di perseguibilità. Viceversa, invece, nessuno può mai dirgli nulla! Anche sulle visite fiscali spiegai tutta la mia incomprensione sul perché mai vengono affidate ai medici, visto che l’unico scopo, di prassi, è quello di verificare che il paziente si trovi in casa, in quella ristretta fascia oraria prevista (altra grande conquista), quando l’azienda nutre dubbi sullo stato di malattia. Tale compito potrebbe essere tranquillamente svolto anche da un fattorino dell’Asl. È sufficiente ricordare quanto accadde qualche anno fa in Alitalia: in occasione di una protesta con l’azienda, qualche migliaio di lavoratori produsse contemporaneamente, nello stesso giorno, il certificato di malattia.
Pochi giorni fa ho tenuto un paio di docenze per un corso accademico post-laurea del settore alberghiero. In aula, 16 giovani laureati, preparati e con una determinazione significativa ad affrontare il futuro professionale che li attende senza se è senza ma (qualità che non si vedevano da tempo). Ciò che mi ha lasciato più il segno è stato allora il constatare che una parte di questi brillanti giovani aveva avuto difficoltà a trovare una collocazione da stagiaire. Eh sì: difficoltà a trovare aziende disponibili ad accoglierli per lo stage, non solo per i due che avevano superato i limiti di età, ma addirittura anche per gli altri in regola con l’età. Ebbene, questa per me rappresentava una novità: per anni le aziende hanno avuto la difficoltà opposta. Ma pensandoci bene, la riforma Fornero dello scorso anno, maturata inizialmente per modernizzare un’altra conquista del passato, cioè lo Statuto dei lavoratori, ha reso rischioso per le aziende l’accoglienza di giovani in stage extra curriculari, scoraggiandone le disponibilità. Ma non è stato questo l’unico effetto di tale riforma: basti pensare che le restrizioni sui contratti a tempo determinato (cosiddetti di precariato), in un momento di grandi incertezze economiche, anziché favorire lavori stabili ha fatto sì che il lavoro precario si trasformasse in disoccupazione. Proprio lo scorso luglio, appena varata la riforma, un mio collega di un gruppo alberghiero concorrente mi chiamò per segnalarmi la candidatura molto valida di una ragazza, che lavorava presso la loro società con un contratto in scadenza al 31 luglio, che loro malgrado, ma per effetto della riforma Fornero, non avrebbero potuto più prorogare e quindi erano costretti «a lasciarla casa»… E tante altre aziende hanno fatto lo stesso (le norme qui richiamate sono state modificate dal recente decreto Lavoro del governo Letta, varato posteriormente alla stesura di questo intervento. Le novità intervenute non mutano tuttavia in maniera sostanziale la ratio del ragionamento di De Crescenzo, ndr).
Nel corso della due giorni accademica mi sono così trovato di fronte a questi giovani, a dover spiegare loro che, spesso, le nostre grandi conquiste sono oggi, purtroppo, causa di un profondo disagio lavorativo. A cominciare proprio dallo Statuto dei lavoratori.
Non nego che anche al sottoscritto, le persone più care, appena raggiunta la maturità, avrebbero augurato un percorso verso professioni dal cosiddetto posto sicuro. Ma non ne volli proprio sapere, pur comprendendo che, a iniziare dai genitori, la tranquillità del futuro dei propri figli era subordinata al fatto che, per tutta la vita, nessuno li avrebbe potuto mai privare del posto fisso. Purtroppo questa grande conquista ha avuto nel tempo effetti che probabilmente, nel lontano 1970, nessuno avrebbe potuto prevedere: cioè che l’uso distorto, che spesso si è fatto di un grande diritto, sia andato a scapito prima delle aziende e poi delle generazioni che si sono succedute nel mondo del lavoro (senza risparmiare neppure i volenterosi stagisti). Non occorre aggiungere altro: i fatti sono sotto gli occhi di tutti.
Chi, come me, fa un lavoro da manager orientato ai risultati, difficilmente si spiega perché le grandi conquiste debbano essere sempre salvaguardate, anche se producono effetti negativi da tutte le parti, quando non conducono direttamente al fallimento. Ma probabilmente, come mi spiegava l’avvocato penalista, sono conquiste di civiltà che tanti ci invidiano ma, aggiungo, nessuno ci imita…

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