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Il grande mito delle Chiavi d’oro

Ritratto di una figura alberghiera situata al confine tra realtà e finzione romanzesca

Ritratto di una figura alberghiera situata al confine tra realtà e finzione romanzesca

Di Claudio Nobbio, 30 giugno 2016

Il concierge Chiavi d’oro, colui che può fare tutto per te: da prenotarti un posto all’opera, ad affittarti un aereo o trovarti all’ultimo momento un tavolo libero al ristorante alla moda.
I concierge Chiavi d’oro sono entrati nel mito dei grandi alberghi. Tanto è che Anthony Hopkins, nel film Bobby sulla fine del presidente degli Stati Uniti avvenuta in un hotel della California, si presta, ora che è in pensione, a interpretare il ruolo, appunto, di uno di questi individui.
Conoscono a memoria nome, cognome, desideri dei loro clienti ripetitivi. Ma anche di quelli nuovi sanno capire di chi si tratta. Possono anticipare i loro desideri solo guardando come vestono, come camminano, come salutano, che tipo di bagagli hanno. Se non conoscono il tuo nome se lo procurano, altrimenti sanno se sei dottore, commendatore, cavaliere. Oppure se la cavano con Sir. Non conoscono la parola no. Per loro è una parola proibita. Gli farebbe venire l’orticaria il solo sentirla pronunciare da uno dei loro collaboratori o “sudditi” che dir si voglia.
Vestiti nel loro lungo stiffelius, che ha abbondanti tasche nelle code per infilarvi i pourboir, sempre numerosi e spesso in dollari, ti sanno trarre d’impaccio in qualunque situazione tu ti trovi e in qualunque posto del mondo tu sia. Hanno una ramificazione di colleghi talmente diffusa nel mondo che nulla è impossibile. Legale o borderline. Quando la figlia di Bill Clinton si perse per Roma, furono loro a rintracciarla.
Hanno la cosiddetta catena: una telefonata che parte da un hotel, va in un altro e poi in un altro ancora fino a che la ricerca sarà accolta. Anche un cliente che lascia un conto in sospeso sarà immediatamente comunicato a tutta la catena, a tutti gli alberghi della città, della provincia, della nazione e oltre.
Si salvi chi può, verrebbe da dire. E invece sono proprio loro che ti tolgono di impaccio, che ti sono amici (almeno per il tempo del tuo soggiorno), che ti salutano, ti chiedono come stai, sanno cosa ti serve, ti fanno trovare pronto il tuo giornale preferito. Ti dicono che tua moglie ti ha telefonato alle 16.05 dalle Hawaii. Il concierge Chiavi d’oro è il tuo angelo protettore, la tua chiave nella città.
Certo, il lusso ha un costo. E anche il concierge ha un costo. Ma non è cosa ufficiale. È la tua sensibilità che ti dice quanto dovresti lasciargli discretamente in mano nell’atto del saluto. E se non c’è, ma è difficile che lui non sia presente quando parti se sei un buon cliente, lasciare una busta a lui intestata. Se non lo fai è meglio che non ti ripresenti in quell’albergo, salvo arrivare coi dollari tra i denti, andare direttamente da lui e dirgli, mentre gli porgi i biglietti, «sorry per l’altra volta, ero di fretta e ho dimenticato di salutarla».
Il nostro concierge è nato e cresciuto al Palais. Tutti i clienti lo conoscono e lui conosce tutti loro. Anche il personale conosce, quello di oggi e quello che non c’è più. E anche i portieri degli altri alberghi, di tutto il mondo. In un modo o nell’altro ha avuto a che fare con loro. O nei convegni internazionali della sua associazione o per scambiare piaceri ai clienti. Stephane: i concierge non hanno cognome hanno solo il nome, come i barman o i preti. Conosce anche vita e miracoli dei direttori arrivati prima di te. Tenetevi buoni i concierge Chiavi d’oro se volete avere dei buoni soggiorni negli alberghi di livello e nelle rispettive città.

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