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Il futuro del turismo

Di Marco Beaqua, 16 gennaio 2009

Cooperazione tra vari soggetti pubblici e privati, ma anche professionalità, creatività e preparazione culturale intesa nel senso più ampio del termine. Sono questi gli obiettivi su cui puntare per rilanciare l’industria nazionale dei viaggi, secondo i relatori intervenuti al convegno «Turismo Italia: come vincere la sfida», organizzato dal presidente Aira, Luciano Manunta, in collaborazione con Solidus, presso l’istituto alberghiero Carlo Porta di Milano. «Perché, se è vero che nel nostro paese l’industria dei viaggi è un comparto ancora florido», ha spiegato il sociologo e docente dell’università Iulm di Milano, Roberto Lavarini, «è altrettanto inconfutabile che in questo campo possiamo e dobbiamo fare di più e di meglio».
Anche perché proprio il turismo è uno dei comparti deputati a contribuire maggiormente alla risoluzione della crisi e al ribaltamento dell’attuale congiuntura. «Una recente indagine statunitense», ha, infatti, raccontato il presidente di Solidus, Franco Alzetta, «sostiene che la crescita dell’industria internazionale dei viaggi degli ultimi 50 anni dovrebbe ripetersi, nella stessa entità, nei prossimi 15 anni. Si capisce chiaramente, perciò, come il nostro settore sia un comparto delle grandi prospettive».
Secondo il presidente di Federalberghi Lombardia, Remo Eder, occorre puntare soprattutto sulla qualità: «Non abbiamo bisogno di risorse che scelgano di lavorare nell’ospitalità semplicemente perché non trovano posto da altre parti. Servono persone motivate, che amino il proprio lavoro e siano dotate di una vera cultura dell’accoglienza. Certo, negli ultimi anni, di passi avanti in direzione di una maggiore qualità ne sono stati fatti. E a testimoniarlo ci sono dati inequivocabili, come, per esempio, l’aumento esponenziale dell’offerta 5 stelle, il numero delle cui strutture è passato, dal 1990 a oggi, da circa 100 a 250. Ma non basta: la competitività si raggiunge solo con un’azione coordinata e coerente tra tutti gli attori della filiera turistica, sia pubblici sia privati. Da una parte, così, le strutture ricettive non devono limitarsi a promuovere se stesse, ma impegnarsi anche a far conoscere il territorio in cui sono inserite, perché solo questo è il vero prodotto turistico ricercato dal viaggiatore. Da un’altra parte, invece, le istituzioni devono garantire la fruibilità dello stesso territorio, in termini sia di infrastrutture per i trasporti, sia di accessibilità alle attrazioni culturali, naturalistiche e d’intrattenimento, nonché di pulizia e di sicurezza. Il successo di una destinazione non dipende, in altre parole, solo dalla ricchezza dell’offerta, ma anche dall’efficacia di scelte strategiche coerenti di destination management».
Il turismo è infatti un cockatil articolato, in cui basta un solo ingrediente sbagliato per rendere il drink imbevibile. L’immagine è di Lavarini, che, riprendendo il filo del discorso, ha spostato infine l’attenzione sull’intima essenza del viaggio: «Un termine che ha assunto diversi significati nel corso del tempo. Il viaggio moderno, in particolare, nasce nel diciassettesimo secolo con il Grand tour, vissuto soprattutto dai giovani rampolli aristocratici europei come percorso di passaggio dall’infanzia all’età adulta. Negli anni il suo significato è però mutato profondamente, fino a diventare, oggi, un’esigenza insopprimibile per la realizzazione di ogni individuo. Ciò premesso, se si vogliono cogliere le opportunità di sviluppo insite in tale trasformazione epocale del concetto di viaggio, occorrono soprattutto operatori preparati e professionali, capaci di mettersi continuamente in discussione e di non smettere mai di studiare e imparare. Basti pensare, per esempio, alle enormi potenzialità che la crescita di India e Cina possono dischiudere a chi saprà cogliere per primo le occasioni offerte da questi due vastissimi mercati. Per ospitare adeguatamente i turisti provenienti dai due grandi paesi asiatici, bisogna però prima di tutto conoscere la loro cultura e la loro mentalità: chi sa, per esempio, che in Cina non presentare a tavola, a ogni pasto, l’occorrente per preparare il tè è segno di grave scortesia? Non solo: secondo una ricerca recente, per i cinesi, l’Italia è la seconda destinazione più ricercata dopo Parigi. E noi non possediamo neppure i collegamenti aerei sufficienti a portarli qui. La Germania, invece, ha già concluso, per parte sua, un accordo per consentire ai cittadini cinesi di ottenere il visto presso gli uffici postali. Così, i tour operator internazionali organizzano itinerari tedeschi di un paio di settimane, in cui includono anche escursioni di due o tre giorni in Italia, magari con pernottamento in pullman. Dobbiamo, in conclusione, essere consapevoli delle nostre potenzialità, ma pure dei nostri limiti. E sforzarci di migliorare, cercando di aumentare le nostre competenze, la conoscenza delle esigenze nostre e altrui, nonché la personalizzazione del servizio. Dobbiamo soprattutto trovare, infine, il giusto equilibrio tra prezzo e qualità».

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