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I numeri della shadow economy

Affitti brevi: una crescita senza fine. Gli ultimi dati dell’osservatorio Federalberghi sottolineano ampiezza e criticità del fenomeno. La replica di Property Managers Italia

Affitti brevi: una crescita senza fine. Gli ultimi dati dell’osservatorio Federalberghi sottolineano ampiez

Di Marco Beaqua, 18 ottobre 2018

Economia ombra. È così che da tempo Federalberghi chiama il cosiddetto fenomeno della sharing economy, tanto caro ai portali degli affitti brevi. Una questione talmente sentita dagli hotelier tricolore, che l’associazione legata a Confcommercio ha da tempo messo in piedi un osservatorio ad hoc, realizzato in collaborazione con due istituti di ricerca indipendenti: l’italiano Incipit e lo statunitense Inside Airbnb.

Presentati direttamente al neoministro del Turismo, Gian Marco Centinaio, gli ultimi dati Federalberghi si riferiscono allo scorso agosto, evidenziando come, sul più noto portale del comparto, fossero in quel mese disponibili 397.314 alloggi tricolore, pari al 78,3% in più rispetto al 2017. A fronte di ciò, sottolinea il rapporto, «le strutture extralberghiere di natura analoga (appartamenti in affitto e bed and breakfast) censite dall’Istat in Italia sono 113.538. Si può pertanto certificare ufficialmente l’esistenza di almeno 280 mila alloggi che sfuggono a ogni controllo».

Tra le città italiane maggiormente interessate dal fenomeno si troverebbero quindi Roma, con 29.519 annunci, Milano con 18.482, Firenze con 11.341, Venezia (8.025) e Napoli (6.858). Per quanto riguarda le regioni, la pole position spetta alla Toscana, con 59.320 inserzioni, seguita dalla Sicilia con 51.022, dal Lazio con 40.700 e dalla Lombardia con 40.494. La densità maggiore (numero di annunci per chilometro quadrato) si registra invece in Liguria, mentre l’incremento maggiore si è verificato in Trentino-Alto Adige (+131,9% rispetto ad agosto 2016).

Da tali analisi, sottolinea il presidente Federalberghi Bernabò Bocca, «emergono quattro grandi bugie che smascherano la favoletta del gestore che accoglie l’ospite in casa propria». Un punto su cui l’associazione si era già spesa in occasione dell’assemblea nazionale del 2017 di Rapallo e che ora ribadisce con forza. La sharing economy non sarebbe infatti una forma integrativa del reddito, in quanto, sempre ad agosto 2018, «oltre la metà degli annunci, il 62,22%, è stata pubblicata da persone che amministrano più alloggi, con casi limite di soggetti che gestiscono più di 4 mila unità abitative». Ma non sarebbe neppure vero l’assunto secondo il quale si condividerebbe l’esperienza con il titolare: «più di tre quarti degli annunci (il 76,88%) si riferivano infatti all’affitto di interi appartamenti, in cui non abita nessuno». E poi non si tratterebbe di attività occasionali, tanto che «quasi due terzi degli annunci (il 64,58%) riguardavano alloggi disponibili per oltre sei mesi all’anno». Infine, non è neppure vero che le nuove formule tendono a svilupparsi dove c’è carenza di offerta: «gli alloggi sono al contrario concentrati soprattutto nelle grandi città e nelle principali località turistiche dove è maggiore la presenza di esercizi ufficiali».

«A causa di questa narrazione fraudolenta», conclude Bocca, «il consumatore è ingannato due volte: viene tradita la promessa di vivere un’esperienza autentica e vengono eluse le norme poste a tutela del cliente, dei lavoratori, della collettività e del mercato. Si pone inoltre con tutta evidenza un problema di evasione fiscale e di concorrenza sleale, che danneggia tanto le imprese turistiche tradizionali quanto coloro che gestiscono in modo corretto le nuove forme di accoglienza. Né può essere sottaciuta la responsabilità delle piattaforme online, che adottano una posizione pilatesca e fanno finta di non vedere o addirittura incoraggiano e proteggono il traffico sospetto che transita attraverso i propri canali».

Federalberghi chiede perciò che venga istituito con urgenza il registro nazionale degli alloggi turistici (in tale senso va peraltro la promessa del governo di un codice identificativo per le strutture ricettive, ndr) e che si affermi con chiarezza, anche per le locazioni brevi, l’obbligo di rispettare le norme di tutela dei clienti, dei lavoratori, dei vicini di casa, della collettività e della concorrenza. Senza dimenticare infine l’esigenza di porre un argine allo spopolamento dei centri storici e di mettere fine alla «intollerabile situazione di stallo che si registra sul versante fiscale», per cui, a più di un anno dall’introduzione della norma, solo una netta minoranza degli intermediari applica la tassazione agevolata sugli affitti brevi, che prevede una cedolare secca al 21%.

Pronta la replica di Property Managers Italia: «I cosiddetti affitti brevi sono un’opportunità per l’Italia e non una iattura, come Federalberghi vuole far credere», sostiene il presidente dell’associazione di categoria, Stefano Bettanin. «Il viaggiatore contemporaneo ha il diritto di scegliere se soggiornare in albergo o in una casa. L’impatto economico delle locazioni brevi è un fattore innegabilmente positivo per tutti. I nostri imprenditori pagano le tasse: siamo stati i primi, dopo l’entrata in vigore del nuovo regime fiscale sulle locazioni brevi, a trattenere e a versare allo Stato quanto previsto dalla legge che abbiamo contribuito a ispirare. e a generare. Non solo: chi affitta in regola crea pure posti di lavoro (manutenzione, pulizie, accompagnatori turistici…) e contribuisce a rivitalizzare località e destinazioni tagliate fuori dai grandi flussi, perché prive di strutture di altra tipologia. Senza considerare l’effetto positivo anche sulle grandi città come Milano, il cui centro storico è tornato a vivere grazie alle locazioni di breve e medio periodo sempre più scelte dalla clientela business».

 

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