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Hilton scommette su Hampton

La sua forza sta nella rigidità dei propri standard di qualità

La sua forza sta nella rigidità dei propri standard di qualità

Di Massimiliano Sarti, 30 luglio 2010

Un’espansione equilibrata, ma a ritmi sostenuti. È questo l’obiettivo del gruppo Hilton in Italia: il primo paese al di fuori di Stati Uniti, Canada e Regno Unito, dove la compagnia prevede di essere presente con l’intero portafoglio dei propri brand dedicati all’ospitalità. «Sono però i marchi mid-scale ed economy, nel nostro caso rispettivamente Garden Inn e Hampton, quelli che attualmente presentano le migliori prospettive di mercato», racconta il senior development director Southern Europe & Africa, Alan Mantin. «In particolare, oltre all’inaugurazione, a inizio 2011, del Doubletree Siena Chianti a Monteriggioni, abbiamo in programma l’apertura, questo autunno, del Garden Inn di Venezia-Mestre, mentre giusto qualche giorno fa abbiamo siglato un accordo per il nostro primo Hampton italiano, che prevediamo possa aprire i battenti a Roma nel 2012».
E proprio il brand economy del gruppo è il cavallo di punta su cui Hilton intende scommettere per entrare con decisione nel mercato di medio livello europeo, e italiano in particolare. «Crediamo molto in questo marchio che negli Stati Uniti vanta un portafoglio di ben 1.700 strutture», prosegue Mantin. «La sua forza sta nelle rigidità dei propri standard di qualità, che garantiscono all’ospite di non trovarsi mai davanti a brutte sorprese. Chi sceglie strutture economy per il proprio soggiorno, infatti, non cerca tanto l’originalità, quanto la sicurezza di trovarsi in un ambiente accogliente e confortevole. Ed è proprio quello che i nostri hotel intendono assicurare ai propri clienti».
Lo strumento con cui Hilton pensa di sviluppare il proprio brand economy nel Vecchio continente è così soprattutto quello del franchising. Ma, in questo, la richiesta di standard eccessivamente rigidi potrebbe forse scontrarsi con la natura individualista di molti imprenditori europei e soprattutto italiani. «Siamo ben consapevoli che gli europei hanno un carattere diverso dagli americani», riprende, però, Mantin. «Ed è proprio per questo che il progetto Hampton dà comunque ai propri partner la possibilità di personalizzare le strutture. In particolare, grande libertà è lasciata in tema di interior design degli spazi comuni, che possono essere realizzati secondo le aspirazioni personali dei franchisee o, meglio ancora, essere concepiti in funzione del contesto in cui ciascun albergo è inserito. Come, per esempio, è avvenuto per l’Hampton by Hilton Liverpool – John Lennon airport, le pareti delle cui parti comuni sono tutte tappezzate con le immagini del celebre Beatles».
Ma a sostenere la diffusione degli Hampton, a detta dello stesso Mantin, c’è soprattutto la forza di un progetto pensato per essere economicamente sostenibile: «È inutile stare a parlare di alberghi senza considerare la loro profittabilità. È per questo che i nostri concept Hampton sono stati ideati tenendo conto delle specifiche esigenze del proprio segmento di riferimento: i progetti architettonici dedicati al nostro brand economy, in particolare, prevedono sempre un’organizzazione degli spazi pubblici focalizzati attorno a un hub centrale, in modo da consentire una gestione ottimale delle risorse umane. Situando reception e bar in due ambienti sì separati, ma contigui e collegati direttamente tra loro, il personale può infatti spostarsi velocemente da un comparto all’altro, a seconda delle esigenze del momento. Non solo: l’offerta ristorativa è limitata alle sole colazioni, mentre al posto dei frigo-bar, costosi da gestire, offriamo un angolo snack dove gli ospiti possono acquistare bevande e spuntini a prezzi convenienti. Con un’organizzazione degli spazi e del lavoro di questo tipo, calcoliamo che una struttura di circa 100 camere, compreso il reparto piani, possa essere tranquillamente gestita da uno staff di circa 17 collaboratori».
Certo, il personale Hampton deve presentare particolari doti di flessibilità che gli consentano di muoversi con facilità da una mansione all’altra e anche il direttore ha qui compiti molto operativi. «È però il brand Hampton», conclude Mantin, «una soluzione che si adatta perfettamente alle esigenze di quel business a carattere familiare tanto caratteristico della realtà italiana. Almeno, questo è quello che spesso succede negli Stati Uniti. Detto questo, il nostro obiettivo non è tanto quello di convertire strutture esistenti, quanto di costruire alberghi nuovi o, al massimo, di riattare edifici già a uso ufficio. Gli standard Hampton, che richiedono tra l’altro la realizzazione di camere spaziose da 21 metri quadrati di ampiezza, rendono, infatti, solitamente poco convenienti le operazioni di ristrutturazione».

L’Electric traveller del futuro

«Cerchiamo di porre l’accento soprattutto sull’esperienza di soggiorno personalizzato che offriamo ai nostri ospiti. Considerato il patrimonio culturale italiano, abbiamo perciò deciso di chiedere a Marco Lodola di tradurlo in un’opera artistica, che interpretasse la sua idea del viaggiatore contemporaneo. Siamo quindi lieti di presentare Electric traveller, oggi a Milano, una delle più importanti città europee a livello culturale, e successivamente nelle altre nostre strutture italiane». Così Jeff Diskin, senior vice president of global customer marketing Hilton worldwide, ha recentemente presentato la nuova campagna di marketing, per promuovere e sviluppare in Italia il programma fedeltà Hilton Hhonors, che già oggi vanta oltre 25 milioni di membri in tutto il mondo. E tra le iniziative comprese nel progetto, oltre alle tradizionali programmazioni pubblicitarie, c’è anche una scultura luminosa, l’Electric traveller, che sarà inizialmente esposta nell’area pedonale Moscova-Garibaldi di Milano, per poi essere ospitata nel corso del 2010 in altri Hilton d’Italia.
«L’Electric traveller», ha raccontato il suo autore, Marco Lodola, «è una rappresentazione di un viaggiatore del mondo, espressione della libertà di esplorare nuove frontiere. Non solo: nella realizzazione dell’opera ho cercato di interpretare quali saranno i modi del viaggiare futuro. E il trolley senza manici, che segue la figura femminile in movimento, intende essere una rappresentazione di quello che saranno le valige tra qualche anno».

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