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Ha qualcosa da chiederci?

Ovvero perché anche gli intervistatori (direttori, imprenditori alberghieri, proprietari di strutture…) dovrebbero sottoporsi a un training su come si gestisce un colloquio di lavoro

Ovvero perché anche gli intervistatori (direttori, imprenditori alberghieri, proprietari di strutture…) do

Di Mary Rinaldi, 25 ottobre 2018

www.resumehospitality.it

Immaginate una situazione di questo tipo: un head hunter incontra un candidato, lo intervista, ascolta la sua storia professionale, si fa descrivere le competenze, il suo ruolo attuale, i progetti per il futuro, le prospettive, i suoi interessi e tanto altro ancora. Sempre l’head hunter illustra poi al proprio interlocutore la posizione oggetto della ricerca, gli racconta brevemente la storia dell’azienda committente e raccoglie la sua motivazione a un incontro con la dirigenza.

Il giorno del colloquio, lo stesso candidato si presenta in azienda, viene accolto dal responsabile della selezione, o direttamente dal titolare o da entrambi, si mettono seduti e… nessuno parla; qualche colpo di tosse, qualcuno bofonchia. E quando l’imbarazzo del candidato diventa robusto non è raro che si senta dire: «Ha qualcosa da chiederci?».

È come se io dicessi alla mia amica Tiziana: «Voglio presentarti Tina. Anche lei come te è appassionata di sup (lo stand up puddle è una variante del surf, in cui si sta in piedi su una tavola utilizzando una pagaia per la propulsione, ndr). Credo che possiate avere qualcosa in comune, condividere informazioni su competizioni, stage…». Favorisco l’incontro (voluto da entrambe), si stringono la mano e Tina si rivolge a Tiziana dicendo: «Hai qualcosa da chiedermi?».

Autorizzo Tiziana a venirmi a chiedere per quale motivo l’ho inviata da una tipa un po’ stramba.

Un incontro tra due persone, a maggior ragione se in un contesto strutturato e finalizzato come quello di un colloquio di selezione, è il momento in cui due individui si vedono per la prima volta: devono conoscersi, esplicitare dei contenuti, verificare se i reciproci obiettivi sono in qualche maniera sovrapponibili e allineati in termini sia di competenze, sia di motivazione e interesse. Fare questo può e dovrebbe richiedere almeno un paio d’ore: il tempo di rompere il ghiaccio, trovare l’avvio e prendere il passo, e mantenere il ritmo di una conversazione in cui lo scambio deve essere alla pari. La domanda del titolo ha ragione di essere solo alla fine di un incontro del genere, non all’inizio…

È curioso come nella stampa di settore, in tanti blog e in ogni angolo del web, si parli di come affrontare un colloquio di lavoro: si organizzano seminari, workshop, role-playing, con l’obiettivo di imparare a ottimizzare al massimo quel momento elettivo che può favorire una svolta nella vita di una persona.

Alla stessa maniera del candidato, anche l’intervistatore deve convincersi che il colloquio è un’opportunità importante, che non è una perdita di tempo e che, se condotto bene, gli fa anzi risparmiare tempo. Puoi anche permetterti il principe dell’head hunting, ma alla fine sei tu che devi assumere, inserire e lavorare con una nuova persona. E per meglio conoscerla devi ascoltarla, valutarla; e non svalutarla o annoiarla e dunque farla scappare subito!

Sorrido e mi viene spontaneo considerare che anche gli intervistatori (direttori, imprenditori alberghieri, proprietari di strutture…) dovrebbero sottoporsi a un training su come si gestisce un colloquio di lavoro. Nessun salto sulla sedia: non è mai troppo tardi per imparare!

 

*Mary Rinaldi è partner di Resume Hospitality Executive Search, divisione indipendente Job in Tourism dedicata all’head hunting, alla consulenza e alla formazione in tema di risorse umane nel settore hospitality

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