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Evitare i coffee break scadenti

Di Antonio Caneva, 5 dicembre 2013

In autunno alcune giornate, a Roma, hanno una luce particolare. Nel giardino interno dell’hotel Quirinale era allestito un lungo tavolo per il coffee break: ricco, elegante, i camerieri servivano con celerità le bevande richieste dai partecipanti al convegno; le seggiole attorno ai tavolini inducevano al dialogo, a scambiarsi considerazioni sui lavori; il sole filtrava attraverso i grandi alberi che movimentavano gli spazi; era un ambiente ideale per una pausa rilassante dopo una prima parte del meeting.
Ora che con sempre maggior difficoltà si trova una pausa caffè adeguata, quando voglio raffigurarmi un coffee break piacevole penso a quello. Certo, non tutti possono vantare un giardino interno come quello dell’hotel Quirinale ma è ugualmente vero che talvolta i break, in questi ultimi tempi, hanno assunto una connotazione sconfortante.
È comprensibile che, in tempi di spending review, le aziende facciano attenzione ai costi, però, a mio avviso, non dovrebbero scendere sotto un certo livello.
Nei convegni abbastanza numerosi, la difficoltà di arrivare a un caffè, prima della fine della pausa, è diventata quasi una costante; per non parlare poi dei succhi, che talvolta, annacquati come sono, hanno un sapore meno deciso dell’acqua pura: piccoli trucchi, quali quello di predisporre, per 200 persone, cinque yogurt e 30 brioche e dolci che ricordano tempi migliori.
Spesso sono i clienti, non volendo spendere, a indurre a politiche poco virtuose, ma ritengo che comunque non bisognerebbe accettare situazioni che poi, si sa, portano inevitabilmente a disservizi.
Generalmente, il prezzo d’ingresso per il coffee break negli alberghi 4 stelle (che sono le strutture più utilizzate) non è così basso. E allora perché non prestare attenzione anche a questo importante servizio che, pure se non esplicitamente, è apprezzato da chiunque sia coinvolto nella congressualità, sia esso organizzatore o partecipante agli eventi?
Mi si può obiettare che le mie sono parole in libertà (troppo facile parlare) di chi non è un professionista dell’ospitalità e non ne comprende le problematiche. Mi spiace, fino all’età di 50 anni ho fatto l’albergatore!

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