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Editoriale: Il turismo teme la globalizzazione

Di Antonio Caneva, 31 agosto 2001

Sono stato per un breve periodo a Corvara, nelle Dolomiti, lasciando il caldo torrido di Milano. Come tutti i bravi turisti mi sono recato all’azienda di soggiorno per ritirare il libricino contenente le informazioni sulla località ed il programma delle manifestazioni. E’ una pubblicazione ben fatta e completa, a pagina 13 parlando dell’artigianato locale recita: “in questo nostro tempo, caratterizzato da una produzione industriale di serie si sta risvegliando l’interesse per l’artigianato e per l’arte “popolare”. In Alta Badia l’artigianato ha trovato terreno fertile da sempre, tant’è che le prime tracce documentate risalgono addirittura all’anno 1020. Dall’artigianato fatto quasi per necessità.. si è sviluppato l’artigianato artistico. Particolarmente interessanti sono a questo proposito i lavori di scultura e tessitura. Per i vostri acquisti consigliamo di rivolgerVi a quegli artigiani che hanno esposto la tabella di riconoscimento dei nostri associati di fiducia”. Tra le opportunità di svago che suggeriva l’opuscolo, tra passeggiate in montagna, conferenze sulla vita delle valli e sfilate delle bande era anche indicata, per il giorno 15 agosto a Corvara dalle 10 alle 22, la mostra mercato artigianale. Con le premesse di cui sopra e conoscendo il noto attaccamento delle genti del luogo per le tradizioni locali, immaginavo già tessuti della val Badia, lavori in legno della Val Gardena ed altro ancora. Le bancarelle presenti invece ospitavano unicamente prodotti che provenivano da Venezia, Padova, Verona; il luogo di origine delle merci più prossimo alla zona era Rovereto. Ed allora mi ricordavo sempre di Corvara quando, alcuni inverni orsono, nell’emporio principale del paese sono andato ad acquistare delle mele, pregustandomi quelle succose e profumate delle vallate della zona, constatando invece che l’etichetta di provenienza non era della Val Venosta o della Val di Non bensì della Nuova Zelanda. Il turista, oltre che dalle bellezze del posto, è attratto dai vari aspetti dalla cultura locale e se, in un articolo dell’anno scorso, lodavo il recupero attraverso corsi indirizzati ai villeggianti della cucina povera locale, in questa occasione non posso certamente felicitarmi con il turismo ladino. Questi sono solo piccoli, banali esempi di offerta turistica, in cui un malinteso spirito di globalizzazione, penalizzando le peculiarità locali, diventa autolesionismo e girando per il nostro bel paese ne avvertiamo, purtroppo, sempre più i sintomi.

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