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È il momento del digital detox

Vacanze lontane dal ritmo multi-tasking per un'esperienza all'insegna del benessere fisico, mentale ed emotivo

Vacanze lontane dal ritmo multi-tasking per un'esperienza all'insegna del benessere fisico, mentale ed emotiv

Di Alessio Carciofi, 21 aprile 2016

Nell’era dell’accesso all’informazione, in un tempo in cui il cosiddetto multi-tasking domina le nostre vite, accompagnato dalle tante distrazioni digitali quali notifiche, tweet, whatsapp e altro, una nicchia sempre più grande di persone sta urlando (sottovoce): «Basta hotel super connessi!».
In un mondo in cui anche quando si va in vacanza si è costantemente collegati tramite i social e le mail, e dove l’utente medio trascorre al giorno quasi sette ore online, di cui poco meno di due sui social (fonte: GlobalWebIndex 2012-2014), molti esperti di benessere sostengono che abbiamo bisogno di fermarci ogni tanto, specialmente quando siamo in vacanza.
Si inizia, insomma, a parlare di quel particolare fenomeno contemporaneo conosciuto con l’espressione anglosassone «digital detox»: una nuova modalità di trascorrere le vacanze liberandoci dal ritmo multi-tasking a favore di un’esperienza all’insegna del benessere fisico, mentale ed emotivo.
Un trend dalla sola apparente contraddizione: se infatti il «mi dispiace qui non prende il telefono» era considerato come una chiara sorpresa negativa al check-in di qualsiasi hotel, ora quello stesso “inconveniente” può trasformarsi in un vantaggio competitivo, con gli alberghi che potranno giocarsi una carta di differenziazione nel mare magno del mercato turistico globale.
Numerosi studi recenti, a partire dall’Harvard business review, dimostrano come sul lavoro si tenda a essere interrotti ogni 180 secondi. Ma soprattutto si guarda il cellulare più di 150 volte al giorno, spendendo più di due ore al dì per recuperare le distrazioni digitali accumulate durante la giornata.
Tutti dati che, sommati assieme, ci fanno cadere in una sorta di ansia sociale, a causa della quale stanno emergendo patologie nuove, quali la sindrome fomo («fear of missing out»), ovvero la paura incontrollata di perdersi qualcosa, la fobo («fear of being offline»), ossia il timore di non essere in linea, e la nomofobia (la paura di essere fuori dal contatto con il telefono cellulare).
Il turista di domani potrebbe quindi corrispondere al campione rappresentativo della ricerca dell’Indiana University, la quale attesta che l’89% degli studenti universitari soffre della «sindrome da vibrazione fantasma», che si verifica ogni volta in cui, erroneamente, si controlla il telefonino credendo che stia vibrando.
Ma il mondo del travel come sta accogliendo tale cambiamento socio culturale? I tempi sono maturi perché si possa pensare a strategie atte a penetrare una nicchia di mercato di crescente importanza: i bisogni delle persone stanno infatti cambiando velocemente, specialmente nel mondo business, dove gli individui sono spesso ossessionati dal ritmo della performance e cercano perciò nuove esperienze per recuperare le energie.
Siamo, insomma, di fronte a un nuovo concetto di benessere o di posizionamento dell’offerta turistica? Prima di cercare di rispondere a questa domanda, è bene iniziare a soffermarsi su un punto: il digital detox non è semplicemente togliere lo smartphone al proprio cliente e mandarlo in escursione in mezzo a un bosco; bensì un progetto molto più ampio che prende spunto dalla motivazione cardine del viaggio: guarire.
Alain de Botton, in un suo recente articolo su l’Internazionale, sottolinea che oggi si viaggia per guarire, o per trovare ciò che manca. Io sono pienamente convinto che il digital detox si possa configurare in tale scenario: ritrovare il proprio bene-essere.
Detto questo il digital detox si prefigura proprio come un metodo utile a migliorare la qualità del tempo lavorativo, personale e interpersonale, andando ad aumentare la produttività e riducendo lo stress. Lo ha capito bene una destinazione turistica come Saint Vincent e Grenadine, che si è riposizionata quale località de-tech, offrendo programmi ad hoc dedicati alle persone in cerca di ricarica: percorsi di meditazione, yoga e altre attività che passano per la consapevolezza di benessere dell’anima.
Un report Spafinder Wellness testimonia inoltre un aumento sensibile dei cosiddetti «healthy hotel», in cui si propone un nuovo concetto di wellness che prevede persino la presenza di un life-coach, in grado di istruire le persone su come improntare un percorso di rieducazione della gestione del proprio tempo, per rigenerarsi e trovare serenità.
Il settore turistico deve pertanto prepararsi ad accogliere una richiesta crescente di benessere, a causa della quale le persone saranno sempre più attente all’aspetto salute, sia fisica sia mentale. E tutto ciò, in uno scenario in cui il burn-out in ambiente manageriale si attesta ormai a livelli spaventosi: il 96% secondo una ricerca dell’Harvard medical school.
Una percentuale che viene peraltro confermata da uno studio dell’Organizzazione mondiale della sanità, nel quale si prevede che fino almeno al 2020 lo stress continuerà a essere uno dei fattori scatenanti delle cinque malattie più diffuse a livello planetario.
Cosa occorre allora per risultare pronti a soddisfare questa domanda latente in cerca di nuovi bisogni? Servono nuove professionalità e la consapevolezza di un nuovo modo di fare turismo, capace di educare i viaggiatori a un approccio di vita più sostenibile tra salute e relax. Ma soprattutto c’è bisogno che chi ospita sia in grado di trasferire un concetto di lifestyle non più improntato solo sul made in Italy, bensì sul «made with happiness».
In tutto questo, si aprono grandi prospettive anche per il settore incentive, dove le convention aziendali o gli eventi di team building possono essere ridisegnati, andando a creare nuovi programmi di benessere aziendale: i dipendenti durante il soggiorno potranno così fare il pieno di energie, ma sopratutto apprendere un nuovo metodo di gestione del tempo; vero vantaggio competitivo in termini sia di efficacia personale, sia di efficienza aziendale.
Il vero prodotto digital detox sarà insomma quello di fornire un programma che vada a creare e trasferire valore nelle tre dimensioni della vacanza: prima, durante e dopo il viaggio. Anzi, mi sento di sottolineare che il prima e il dopo rappresenteranno i veri aspetti fondamentali per il recupero emotivo di una vera vacanza digital detox.
Potrebbe, insomma, essere la fine delle convention aziendali in discoteca e l’inizio degli eventi della meditazione al sorgere del sole? Sarà il tempo a decretare la giusta risposta, o meglio il giusto equilibrio. Oggi quel che è sicuro è che si sta tornando al concetto originario di vacanza: guarire, ovvero concedersi il lusso del tempo. Perché il nuovo wellness è l’arte di prendersi cura di se stessi.

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