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Comunicare è come respirare

A Milano una giornata formativa griffata Job in Tourism sul tema della comunicazione efficace

A Milano una giornata formativa griffata Job in Tourism sul tema della comunicazione efficace

Di Emilio De Risi, 8 maggio 2014

Il linguaggio del corpo
Prima di trasferirmi a Milano ho vissuto a Roma per un paio di mesi. Un giorno mi successe qualcosa di davvero surreale: cercavo una stanza in affitto, risposi a un annuncio e telefonai a uno dei ragazzi che viveva in quell’appartamento. Andai a vedere l’appartamento subito dopo il lavoro: era in una zona perfetta e il prezzo era adatto alle tasche di un ragazzo come me; aperta la porta, incontrai due tipi davvero alternativi: uno con i capelli rasta, l’altro con un tatuaggio enorme e bellissimo (almeno dopo tutti questi anni è la sola cosa che ricordo). Beh, io ero contento, ma loro no. Fui squadrato dalla testa ai piedi: ero forse troppo in giacca e cravatta? Alla fine riuscii ad avere la stanza, ma dovetti parlare un bel po’ per convincerli.
Tante persone, anzi quasi tutte, affermano di non avere preconcetti legati ai vestiti, all’abbigliamento, al modo di presentarsi. Ci piace ripetere che l’abito non fa il monaco. Eppure tutti, in modo più o meno consapevole, effettuiamo una valutazione sulla base di quello che vediamo, sentiamo e percepiamo. E quando incontriamo una persona per la prima volta, in una manciata di secondi l’abbiamo pesata, valutata e magari anche etichettata. Le persone razionali e ragionevoli sanno certamente non farsi sopraffare da questa prima impressione, ma per altri la cosiddetta prima impressione rimane un fattore vincolante. E comunque, in un modo o nell’altro, è un fattore con cui tutti dobbiamo fare sempre i conti.
Qual è allora il modo migliore per presentarsi? Come insegna quello che mi è accaduto, non esiste una via migliore in assoluto: molto dipende dal contesto di riferimento. A ogni modo una regola di massima distingue un approccio «dall’alto in basso» e uno dal «basso in alto». Nel primo, ci si pone in genere su un registro formale, che tendenzialmente tende a essere superiore rispetto al nostro interlocutore. Nel secondo, ci poniamo in modo più informale, con meno barriere tra noi e il nostro interlocutore. Quest’ultimo approccio genera più coinvolgimento e può essere molto efficace, però è anche più rischioso del primo, in quanto si può essere più esposti a critiche o giudizi. Proprio perché non poniamo muri.

Un errore da evitare
Una delle tendenze di chi oggi fa content marketing è quella di mettere in luce gli errori: siti Internet, blog e riviste sono piene di articoli che ammoniscono sugli errori più comuni in ogni disciplina. Di per sé, questo trend non è sbagliato: al contrario, è una tattica molto efficace. Gli errori, infatti, hanno un potere molto forte sulle nostre emozioni: siamo cresciuti cercando di evitare inesattezze e sbagli; quando vediamo qualcuno che «non commette un errore», la nostra attenzione si accende.
Nelle relazioni personali dirette, tuttavia, è decisamente meglio lavorare sugli aspetti positivi. Il primo errore, da questo punto di vista, è così proprio quello di focalizzarsi troppo sugli errori e di tralasciare le buone pratiche: pur essendo due facce della stessa medaglia, partire da un approccio positivo ha un effetto molto più potente e coinvolgente; concentrarsi su ciò che è stato fatto di buono, in altre parole, permette di coinvolgere in modo ancora più efficace le persone che ci circondano (collaboratori e colleghi).

Consigli flash
È logico che il bersaglio si avvicini alla freccetta? Far passare il messaggio è il nostro obiettivo. Non sono gli altri a dover capire noi.
Poniamoci un obiettivo chiaro di comunicazione alla volta.
Esistono diversi approcci alla comunicazione: adattiamo lo stile alla nostra personalità e così tutto sarà più naturale; come respirare.

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