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Come diventare un capo migliore

Quattro piccoli consigli per migliorare le relazioni tra il management e i collaboratori

Quattro piccoli consigli per migliorare le relazioni tra il management e i collaboratori

Di Marco Beaqua, 21 maggio 2015

Dimostrarsi attenti, capaci di essere una fonte di ispirazione e un punto di sostegno sicuro, nonché risultare accessibili a tutti. Sono i quattro consigli per diventare un capo migliore, che la società di ricerca di personale a stelle e strisce Randstad ha recentemente pubblicato, basando i suggerimenti su un sondaggio ad hoc condotto tra oltre 2.200 lavoratori Usa. «Le imprese sono sempre più consapevoli dell’importanza di attirare e soprattutto trattenere i talenti migliori», racconta la senior vice president talent management di Randstad North America, Michelle Prince. «E tutti gli studi sono concordi nel ritenere che uno dei principali fattori, capaci di influenzare le decisioni in tema di lavoro delle persone, sia proprio il rapporto con il capo. Una sana relazione tra il management e i propri collaboratori può tuttavia essere costruita unicamente a partire da una comunicazione trasparente, basata sulla verità e sul rispetto reciproco. Solo quando tutti questi elementi si trovano al loro giusto posto, si può infatti finalmente realizzare un ambiente di lavoro al contempo equilibrato e armonico». Ma come si fa allora a diventare un capo ideale? Ecco i quattro semplici, ma fondamentali suggerimenti elaborati da Randstad:

Dimostrarsi attenti: quando i lavoratori sono coinvolti e disposti a investire nel futuro dell’azienda, tendono a prendere delle posizioni chiare e desiderano giocare un ruolo attivo nella fase di decision-making. È quindi importante incentivare tale entusiasmo non solo stando ad ascoltare i propri collaboratori, ma anche implementando le loro idee non appena possibile.

Essere una fonte di ispirazione: oggi ben quattro generazioni diverse lavorano praticamente fianco a fianco sui luoghi di lavoro. È perciò sempre più difficile motivare gruppi di persone di età tanto differenti, con obiettivi, aspettative e abitudini molto diverse tra loro. Il consiglio, perciò, è quello di trattare ciascun collaboratore come un individuo dotato di esigenze e aspettative uniche, nonché di spiegare a ogni componente del proprio staff quanto la sua attività quotidiana contribuisca al raggiungimento degli obiettivi generali dell’impresa.

Diventare un sostegno: con la loro mentalità orientata prevalentemente al risultato, i lavoratori appartenenti alla generazione Y (i nati tra gli inizi degli anni 1980 e 2000, ndr) tendono a cercare strade rapide per fare carriera e non sono particolarmente sensibili a concetti quali l’anzianità di servizio. Provate perciò a scoprire quali siano i loro obiettivi di carriera e ponetevi quali mentori dei talenti migliori, che vogliono crescere velocemente o migliorare il proprio know-how professionale.

Risultare accessibili: nell’attuale contesto di lavoro sempre più virtuale, una delle chiavi per stabilire una buona relazione con i propri collaboratori sta nel trovare quale sistema di comunicazione funzioni meglio al proprio caso. Che si tratti di aggiornamenti regolari via mail, di incontri periodici vis-a-vis, di strumenti ad hoc per la condivisione delle varie fasi di project management o della classica riunione settimanale poco conta: l’importante è trovare l’approccio migliore per apparire al proprio staff come un capo facilmente raggiungibile e accessibile.

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