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Bollicine – Inglese o non inglese: questo è il problema

Di Claudio Nobbio, 4 dicembre 2014

Dopo i meeting Aira al Luna Baglioni di Venezia, dove il direttore dell’Hilton Molino Stucky, Ilio Rodoni, ha fatto un intervento in perfetto inglese (cosa da ripetere in futuro), sono andato a Roma per alcuni giorni in occasione dei quattro anni della nipotina festeggiati a Testaccio all’Altra economia: un centro culturale collegato al museo dell’ex mattatoio.
Come previsto sono sceso all’hotel Quirinale; un albergo della tradizione con ampi saloni, giardino, galleria di collegamento con il teatro dell’Opera: quello che, insomma, è l’albergo dell’immaginario tradizionale. Avevo un paio di trolley e dal ricevimento mi hanno fatto accompagnare da un facchino: romano, nella sua tipica divisa di bagagista.
Forse per un eccesso di internazionalità ha cominciato a parlarmi in inglese. La sorpresa è stata tale, che l’ho lasciato continuare dicendo ogni tanto «thank you». Questo è il mondo di oggi e ancor più di domani. In un albergo tutto il personale, per essere assunto, dovrebbe fare un esame di inglese: la lingua di servizio, la lingua ufficiale del turismo, è una caratteristica inevitabile. Un tempo era un di più, oggi è un imperativo.
A Venezia un anno fa il personale dei vaporetti non parlava le lingue. Ora tutti parlano e capiscono almeno l’inglese. Il tempo della modernizzazione corre e bisogna restare al passo. L’amico Borriello mi dice che ci sono state critiche all’intervento in lingua del collega dell’Hilton all’Aira. Quelli che hanno criticato sono fuori del tempo, della realtà, e forse dovrebbero riflettere sull’opportunità di intraprendere la professione di hôtellerie.

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