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A Milano, “I soliti ignoti”

Di Antonio Caneva, 1 gennaio 2001

Avete mai pensato di trovarvi a Tokyo o a Pechino, o meglio a Osaka e a Shangai (che sono città industriali ma non capitali, come Milano, e quindi non sede di ambasciata) e improvvisamente accorgervi di essere stati derubati del portafoglio in cui tenevate oltre al denaro le carte di credito e i documenti? Se mi trovassi in una simile situazione mi immagino il terrore, mi guarderei attorno in cerca di aiuto ma vedrei scritte in ideogrammi non traducibili, i passanti si allontanerebbero veloci di fronte a un occidentale che non capiscono e che articola suoni per loro incomprensibili; sarei in preda a sgomento.
Ecco, questo é ciò che avviene, con continuità, invertendo le parti, a tanti sfortunati orientali che visitano il centro della mia città e, particolarmente, la zona turistica del Castello Sforzesco. Fuori dal ponte levatoio staziona un gruppo di ragazzi, bambini, giovani donne con neonati in braccio o in carrozzina, che aspettano i turisti giapponesi (ora anche cinesi) per avvicinarsi e cercare di derubarli. Quasi un minuetto, i turisti in gruppo avvertiti dalle guide si stringono l’un l’altro mentre questi personaggi usano tutte le tecniche: da quella di sporcare gli abiti a quella di coprire il malcapitato con un giornale o cartone a quella di avvicinarsi con aria di condividere la visita al monumento.
La domenica mattina generalmente faccio una passeggiata che mi porta in questa zona e, con crescente fastidio, noto la presenza dei borseggiatori, organizzati e impudenti, operanti alla luce del sole, senza alcuna remora di farsi vedere dai passanti.
Probabilmente questa circostanza mi avrebbe indotto a una veloce riflessione e sarei passato oltre, abituati come siamo ai furti perpetrati nelle hall degli alberghi nei confronti di clienti in arrivo e partenza o dagli scippi che avvengono negli angoli bui ai danni di sprovveduti turisti, se non avessi assistito la settimana scorsa a una scenetta che sembrava presa di peso dal film I soliti ignoti: una ragazza stava cercando di borseggiare un malcapitato asiatico, che però, lestamente, aveva rintuzzato l’attacco, allontanandosi velocemente. Niente di trascendentale, rientra nella norma, ma questa volta il fatto particolare è consistito nel violento intervento di una ragazza appostata nelle vicinanze, che con un atteggiamento facilmente interpretabile apostrofava violentemente la giovane in una lingua, probabilmente slava, e la redarguiva per la sua scarsa abilità, mentre, con il cartone usato per distogliere l’attenzione della potenziale vittima, mimava la tecnica di borseggio e la faceva ripetere alla “allieva”. Una scena che, se non fosse stata triste, sarebbe stata esilarante.
Tutte le domeniche mattina si assiste a questo spettacolo. Quanto ci costa poi in pubblicità, all’estero, il cercare di far dimenticare queste situazioni e che non siamo solo il paese dei “mandolini”?

In Milan, “The Usual Unknowns”

Have you ever thought of being in Tokyo or Beijing, or – better still – in Osaka or Shanghai (which are industrial cities but not capitals, and therefore do not host foreign embassies) and all of a sudden realising you have been robbed of your wallet, where you kept not only money, but also your credit cards and documents? If I found myself in such a predicament, I can imagine my terror. I would be looking around for help, only to see unintelligible ideograms; the passers-by would quickly walk away from a westerner who is uttering incomprehensible sounds they do not understand; I would be feeling dismayed.

Well, if you reverse the roles, this is what continually happens to many unlucky easterners who visit the centre of my city, in particular the tourist area of Castello Sforzesco. Outside the drawbridge a group of boys, children, girls with infants in their arms on in prams, is stationed to wait for Japanese (and now also Chinese) tourists, in order to get near to them and try to pickpocket them. Almost as a minuet, the groups of tourists who have been advised by their guides squeeze together to protect themselves, while these people deploy all possible techniques: from soiling a person’s clothes to covering the victim with a newspaper or cardboard, or getting close in the posture of sharing the sightseeing.
On Sunday mornings I usually take a stroll in that area of town, and with increasing annoyance I notice the presence of such organised and shameless pickpockets, who operate in the light of day, without in the least worrying that passers-by may see them.
This circumstance would have probably just prompted a passing consideration, and I would have walked on as usual, accustomed as we are to the thefts perpetrated in the hotel lobbies, at the expense of customers who are arriving or leaving, and to purses being snatched away from unprepared tourists in dark corners, had I not witnessed, last week, a scene that seemed to be excerpted from the movie “The Usual Unknowns”. A girl was trying to pickpocket an unfortunate Asian tourist, but he had adroitly driven back the attack, and had quickly walked away. Nothing exceptional with that: it was quite normal. But this time, on top of it, a young woman who had been waiting nearby intervened resolutely, and shouted violently at the girl in a language that was probably Slavic, in the obvious attitude of reprimanding her for her ineptitude, while she mimicked the pickpocket technique with the cardboard that was used to distract the attention of the potential victim, and had the “pupil” repeat after her. If it had not been sad, it would have been exhilarating.
Every Sunday morning you see this type of show. How much does it cost us in advertising, in foreign countries, trying to persuade people to forget these things, and that we are not only the country of “mandolins”?

Translation of the Italian
editorial by Paola Praloran

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