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A Milano hospitality asian style

Di Floriana Lipparini, 4 maggio 2007

Villapizzone, un angolo di Milano che con le sue viuzze fiorite e i parchi che s’indovinano dietro muri segreti ancora tradisce la sua natura di borgo un tempo separato. Oggi, in prossimità dal nuovo quartiere fieristico di Rho Pero, si appresta a diventare location privilegiata per lussuosi hotel business. La speranza è che l’identità del luogo non si trasformi troppo.
Qui Adrien Zecha, titolare insiene a Hans Jenni di General hotel management (Ghm), ideatore dei favolosi ed esclusivi Aman resorts, ha scelto di aprire The Chedi Hotel, prima struttura europea del prestigioso Gruppo di Singapore. Siamo vicini a viale Certosa, lungo l’asse Torino, Malpensa, Fiera di Milano, Fiera Milano City.
«Ghm è nato a Singapore nel 1992, quindi è una società relativamente giovane che però ha aperto già 16 strutture di altissimo livello», racconta Duccio Ballerini, assistant to general manager, e cortese anfitrione nella visita della struttura, ancora in fase di soft opening. «The Chedi Hotel si propone come location ideale per una clientela fieristica, meeting e incentive, offrendo tutto quanto si può desiderare per un soggiorno piacevole e rilassante. Questo indirizzo milanese ha le caratteristiche giuste per portare in Europa l’asian style di Ghm che si deve alla particolare identità di Zecha e Jenni, un connubio di esperienza orientale e cultura europea. Il concetto di ospitalità di Ghm è basato su una grande attenzione verso l’ospite, molto discreta, mai leziosa, mai oppressiva, e su un forte investimento nella qualità del servizio, del design, dello stile, del comfort a tutti i livelli», spiega.
L’impronta orientale si coglie nell’atmosfera ovattata, ma soprattutto nell’interior design, opera dell’indonesiano Jaya Ibrahim, che così descrive l’ispirazione che lo ha guidato nel realizzare il progetto: «Sentirsi in armonia con se stessi è fondamentale quando si è in viaggio. E lo è anche il benessere interiore che i luoghi possono favorire. Per questo mi sono ispirato alla mia terra d’origine, l’Indonesia, per immaginare spazi tranquilli, ampi e luminosi, ma intimi e accoglienti. Colori tenui e rotondi, sabbia, bruno, ocra e arancione, senza dimenticare il bianco della purezza e della calma interiore. Materiali, semplici e primitivi, come il legno, il bronzo, la pietra, il mosaico e la ceramica lavorata a mano. Luci avvolgenti che arrotondano le forme. E tutte le comodità tecnologiche dell’Occidente. Per sentirsi a casa, anche quando si è lontani».
Camere e suite sono 250, 15 sono dedicate agli ospiti diversamente abili. Tutte hanno un ampio bagno con vasca e doccia in mosaico, un letto di dimensioni eccezionali e dotazione tecnologica ovviamente al top. Le suite raggiungono i 45-50 metri quadrati di ampiezza. L’edificio che ospita l’hotel, di proprietà di un’aristocratica famiglia piemontese, è inserito in un’area industriale riqualificata. La struttura si apre su un giardino privato e lungo il suo perimetro le nuove costruzioni dell’hotel si alternano ai bassi edifici dell’ex fabbrica, ora trasformati in loft privati. La luce naturale entra morbidamente nella grande lobby.
«Chedi è una parola thailandese che indica il luogo della pagoda dove si custodiscono le ceneri del Buddha, in altri termini significa qualcosa come tabernacolo, sancta sanctorum. In armonia con questo concetto, The Chedi vuol essere un luogo olistico dove si sta bene. Per raggiungere il massimo del benessere e offrire un più elevato numero di servizi abbiamo creato anche una zona speciale, The Chedi Club, un hotel nell’hotel che occupa il 5° e il 6° piano: 25 stanze e 38 suite full-optional per gli ospiti business che desiderano tutte le facility del proprio ufficio in hotel. Una zona esclusiva con reception privata e area business, connessione wireless, giornali e riviste nazionali e internazionali, una sala riunioni attrezzata, lounge esclusiva, servizio bar fino a mezzanotte, dining e breakfast room privata, butler personale…», aggiunge Ballerini.
Da un piano all’altro, da una zona all’altra, dalle sale meeting al ristorante, dalla penthouse alla spa, l’impressione di sobrio comfort e lusso discreto si ripete, insieme al respiro dato dagli spazi sempre grandi e luminosi e al tocco di eleganza dato dai bellissimi vasi etnici disseminati qua e là. Una squadra di addetti è al lavoro per completare gli ultimi particolari tecnici, il personale alla reception ha uno stile friendly, tranquillo e sorridente.
«Abbiamo uno staff eterogeneo, molto cosmopolita, chi viene dal Giappone, chi dalle Isole Mauritius… Un modo per servire al meglio le diverse esigenze di una clientela anch’essa eterogenea. La selezione è avvenuta tramite uno screening iniziale molto accurato, perché quel che conta è l’attitudine individuale, il resto s’impara. Il training è una componente fondamentale per creare uno spirito di squadra, e noi abbiamo i nostri metodi. Una bravissima signora inglese che vive in Australia è la nostra consulente per i rapporti con la clientela, per il resto contiamo molto sul learning by doing, l’esempio dato sul campo dagli stessi manager che per il team costituiscono un modello».
Il centro meeting molto ampio, superattrezzato e con ingresso separato, la spa d’ispirazione balinese, l’enorme penthouse, la grandissima piscina all’ultimo piano e il ristorante che offrirà due cucine, italiana e orientae, gestite da chef diversi in due spazi diversamente configurati, persino con stoviglie diverse, rappresentano per The Chedi altrettanti punti di forza. «L’hotel è un luogo spiritualmente asiatico, ma la spa e il ristorante sono modi per entrare in contatto con la realtà milanese», conferma Ballerini.
L’incontro tra Oriente e Occidente a Milano entra dunque nel vivo anche nell’offerta alberghiera. Dopo questo esordio, molto probabilmente Ghm aprirà altri hotel in Italia e in Europa, con il medesimo asian style discreto e anche un poco esoterico, svelato da alcuni particolari ricorrenti come la cifra 8 che torna nelle date di apertura, nel numero delle sale e in altre scelte. «Al numero otto è legata un’importante simbologia», ammette il giovane manager. Una simbologia che parla di infinito, a est ma anche a ovest, possibile punto di fusione tra mondi differenti.

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