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Un italiano al confine col Kashmir
L’esperienza di Maurizio Romani alla guida del Pearl Continental Bhurban: un impegno ricco di stimoli umani e professionali, che richiede una grande sensibilità personale
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Una grande sfida per uscire dalla propria comfort zone e confrontarsi con un ambiente e una cultura esotica, capace di mettere alla prova tutto il proprio spirito di adattamento. Ma anche un’occasione per cambiare, provare una nuova esperienza e vivere da vicino atmosfere orientali, in grado di garantire un arricchimento al contempo umano e professionale. Con un percorso ultratrentennale in resort internazionali di lusso, tra Regno Unito, Italia, Portogallo e Brasile, Maurizio Romani è da quasi un anno il general manager del Pearl Continental Bhurban: un resort 5 stelle da 190 camere e quattro ristoranti situato in una delle regioni turisticamente più interessanti del Pakistan, a circa un’ora e mezzo di strada dalla regione del Kashmir.

Domanda. Come mai ha deciso di andare a dirigere un hotel in una destinazione tanto lontana?
Risposta. Dopo sette anni in Brasile mi era venuta voglia di cambiare, di fare una nuova esperienza. Proprio in quel momento mi ha contattato un head hunter… Ed eccomi qui.

D. Non ha avuto neppure una minima esitazione?
R. Per la verità mi sono preso un po’ di tempo, per capire a cosa potessi andare incontro… Ma ho scoperto che qui lavoravano già molti stranieri. Nel solo gruppo Hashoo, di cui la struttura di Bhurban fa parte, siamo in 37.

D. Di che compagnia si tratta?
R. È una realtà locale, che opera in diversi segmenti: dall’immobiliare fino all’estrazione petrolifera e all’ospitalità. Nell’accoglienza è attiva sia con il brand Pearl Continental, sia come gestore dei due Marriott del Paese.

D. Qual è la situazione attuale del turismo in Pakistan?
R. Di numeri ufficiali ancora non ce ne sono. Ma il Paese si sta aprendo decisamente verso l’esterno. Fino a poco tempo fa, per arrivare qui le procedure burocratiche erano particolarmente complesse. Sostanzialmente si veniva nel Pakistan solo per affari. Adesso invece ottenere un visto per viaggi leisure è decisamente più semplice, soprattutto per i gruppi da almeno quattro persone. E presto le medesime agevolazioni saranno estese anche a chi viaggia in coppia.

D. Come mai tutte queste rigidità?
R. È per via delle tensioni con l’India. Le istituzioni temono che tra i turisti si possano infiltrare delle persone indesiderate. Tanto che, per alcune zone, il visto normale non basta. Io per esempio, se volessi andare in Kashmir (da tempo una delle regioni contese con l’ingombrante vicino, ndr), dovrei richiedere un permesso ad hoc.

D. Turisti internazionali, quindi, ce ne sono?
R. Non tantissimi, ma sì, ce ne sono. E stanno crescendo. D’altronde il Pakistan vanta una varietà di paesaggi straordinaria da un capo all’altro del Paese. In più le major dell’aviazione mondiale stanno aumentando i collegamenti su Islamabad e Karachi. Sempre Karachi è poi al centro di un accordo commerciale con la Cina, che si è impegnata a far passare molte delle sue merci verso Occidente da questo importante porto sull’Oceano Indiano. Tutte iniziative che stanno aiutando molto il Paese. E non solo dal punto di vista economico.

D. Quanto è differente costruire un’offerta leisure in Pakistan e in Brasile?
R. Sono due universi non paragonabili. Quello che dicevo o facevo in Sud America non posso permettermelo qui.

D. Cosa intende esattamente?
R. Pur vantando una cultura piuttosto aperta, il Pakistan di oggi rimane una repubblica islamica. Con tutte le limitazioni che in questo momento ciò comporta. Prenda per esempio gli alcolici. Io ho un’autorizzazione speciale per venderli, ma solo agli stranieri e ai cittadini pakistani non musulmani. La regola, tuttavia, funziona a metà. Nonostante l’appartenenza religiosa sia chiaramente indicata sui documenti personali, non sono poche le persone, a cui sarebbe teoricamente vietato consumarli, che invece lo fanno lo stesso. Magari di nascosto, ma bevono. Ecco allora che decisioni altrove banali, come mandare un whiskey in camera, possono diventare fastidiosi motivi d’imbarazzo.

D. Quante persone lavorano al Pearl Continental Bhurban?
R. Abbiamo uno staff di circa 560 risorse, di cui 160 dedicate solo alla sicurezza.

D. Allora un po’ di pericolo c’è…
R. Diciamo che bisogna prendere le dovute preoccupazioni. Però il Paese è più tranquillo di quello che traspare da molti media.

D. Qual è il rapporto staff – ospiti?
R. Complessivamente posso contare su 400 collaboratori per 190 camere. Il che corrisponde più o meno a tre impiegati per cliente. Ma devo dire che nei 5 stelle asiatici è abbastanza normale.

D. Il costo del lavoro è tanto basso?
R. Sicuramente non è paragonabile a quello dei Paesi occidentali e persino del Brasile. In più c’è la questione del cambio: la moneta locale non è molto forte; e gli stranieri pagano in euro o dollari…

D. Avete molti ospiti provenienti dall’estero?
R. La maggior parte sono pakistani, ma accogliamo anche numerosi eventi corporate internazionali. Persino l’Onu a volte organizza le proprie riunioni da noi, così come non pochi diplomatici amano trascorrere i fine settimana a Bhurban.

D. Ci sono ruoli per cui è difficile reperire personale adeguato?
R. Sicuramente i capireparto, soprattutto in ambito f&b e housekeeping. Nonostante il passato coloniale britannico, qui in pochi conoscono l'inglese. E trovare persone con esperienza internazionale, al contempo in grado di parlare urdu per comunicare con il resto dello staff, è un compito piuttosto arduo (l’urdu è la lingua ufficiale del Pakistan, ndr).

D. Quanto è stimolante confrontarsi con una cultura tanto distante?
R. Moltissimo: è una grande sfida. Mi piace moltissimo apprendere nuovi punti di vista e interagire con mentalità differenti. Il lavoro in hotel, per la verità, è sostanzialmente identico ovunque si vada. A cambiare è il modo di relazionarsi con le persone. Giusto la settimana scorsa stavamo per esempio trattando una questione delicata come quella delle molestie sessuali. Può immaginare quanto sia stato complicato per me gestire il tema, in un paese in cui molte donne non vogliono neppure che le si stringa la mano. E pensare che invece in Brasile evitare il contatto fisico è sinonimo di freddezza e maleducazione.

D. Un altro motivo di potenziale imbarazzo…
R. Proprio così. Anche perché la regola non vale per tutti e per tutte. Pensi che alcuni ospiti, sempre pakistani, tendono al contrario a salutarti con un abbraccio. La difficoltà è riuscire in pochi istanti a capire ogni volta quale tipo di persona ci si trovi davanti.

D. E come si fa?
R. Osservo l’abbigliamento, l’acconciatura, i particolari… E soprattutto attendo un attimo, lasciando a loro la prima mossa. Io poi mi adeguo.

D. Veniamo ora alle questioni personali: quanto è difficile gestire le relazioni sociali intraprendendo una carriera internazionale come la sua?
R. In realtà io ho moltissimo amici: ex colleghi con cui ho condiviso momenti importanti della mia vita e con cui continuo da anni a mantenere i contatti. Anche loro sono in giro per il mondo e io approfitto spesso dei trasferimenti per andare a trovarli.

D. Però sono tutte persone del medesimo mondo…
R. Ma io sono nato in albergo e non mi vedrei da nessun’altra parte. I miei genitori ne gestivano uno, così come i miei zii. Quindi l’hotel per me è davvero tutto, tanto che non ho pensato mai di lavorare nell’ufficio centrale di qualche catena. Non mi piace l’idea di trascorrere Natale o Capodanno lontano da ciò che considero a tutti gli effetti come la mia famiglia: l’hotel, gli ospiti e il mio team.

D. Cosa vorrebbe fare allora da grande?
R. Mi manca un po’ l’Italia. E più in generale l’Europa. E poi mi piacerebbe, magari, avere la possibilità di dirigere un piccolo cluster di hotel. Ma non mi allontanerei mai dall’operatività quotidiana.


La biografia in breve

Nato a Cagliari, Maurizio Romani vanta un’ultratrentennale carriera nell’hôtellerie di lusso internazionale. Tra i suoi incarichi più significativi, la direzione del Grand Hotel Palace di Roma, del Caesar Augustus di Capri e del resort toscano Andana. Nel 2008 si trasferisce quindi in Portogallo, al timone dell’Aquapura nella valle del Douro, per poi iniziare una lunga serie di direzioni in Brasile. Da settembre 2017 è general manager del Pearl Continental Bhurban. Romani è anche socio della European Hotels Manager Association dal 2005.

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